Franco Dolci - Mario Stocchetti: L'Insurrezione nel rione di Sant'Imerio

25 luglio – 8 settembre 1943. I giorni della bufera

8 settembre 1943 – 25 aprile 1945. “I giorni e le notti dell’ira…”  

24 aprile 1945. Ore 15.30: un fascista viene giustiziato nella bottega di Mario Stocchetti. Le prime sparatorie – l’insurrezione generale è imminente

Aprile 1945. I giorni dell’insurrezione

 

La tensione nel rione è altissima. Ormai ognuno è convinto che qualcosa di grosso sta per accadere. Mario, dopo i fatti del giorno prima, il 24 aprile, tiene chiuso il negozio.

Nell’imminenza dell’insurrezione, i “gruppi” della Resistenza si preparano ad uscire allo scoperto.

È il 25 aprile. Ore 9 del mattino. Di fronte alla bottega di Mario Stocchetti un gruppo di compagni e amici, fra i quali Guindani Giuseppe detto “Panera”, Amilcare Monticelli, Giovanni Pallavera, i fratelli Ernesto e Mario Saladini, Giuseppe Marabotti, discutono convinti che è ormai giunto il momento di “saltar fuori”.

Mentre il gruppo conversa, si avvicina un sergente della GNR con una camera d’aria di motocicletta a tracolla. A tracolla ha anche il mitra. Chiede dove si trovi un meccanico. Nessuno parla, nessuno sa niente. Il negozio è chiuso. Un silenzio gelido cala fra il milite e i presenti: sembra simboleggiare l’abisso che divide il regime dall’Italia popolare e democratica.

Giuseppe Marabotti chiama da parte Mario e gli sussurra: «Portalo in negozio che ci portiamo via il mitra!» Mario non approva. Gli risponde sottovoce che «è andata bene ieri, non facciamo delle cose pericolose oggi». E il sergente si è allontanato con la sua camera d’aria e il suo mitra.

Nel rione, intanto, pur nell’apparente calma, il clima di tensione sale. Alcuni fascisti scorazzano con atteggiamenti provocatori. Un’automobile Balilla, decappottabile, gira nelle vie del rione; alcuni militi sono a bordo, su di essa è piazzata una mitragliatrice. Lo scopo intimidatorio era evidente. Il milite della GNR che impugnava la mitragliatrice era uno del gruppo che prestava servizio presso la “Caserma del Diavolo”. Questo tizio, noto nel rione, portava una barbetta caprina alla D’Annunzio; si sapeva che abitava a Sospiro e di professione faceva il sellaio. Con questa ostentazione di forza si voleva indurre la popolazione a non uscire di casa, a stare calma. Ciò probabilmente per favorire il transito di fascisti e tedeschi in ritirata.

Il campanile di una chiesa vicina batte mezzogiorno. Anche i rintocchi sembrano gravi, solenni, quasi a scandire il passaggio dalla tirannia alla libertà.

Fra i rintocchi delle ore ricompare il sellaio della GNR, questa volta in sella a una motocicletta militare, una Sertum 500. Il sellaio percorre via Manini, entra il Largo Pagliari e esce in via Cadore. Qui s’imbatte in un gruppo di ragazzi armati del movimento clandestino che hanno ormai ricevuto l’ordine di attaccare. Sono armati di fucili, mitra, pistole. Alfredo Stocchetti – detto “Balello” – fratello di Mario esplode una raffica di mitra rasoterra verso la motocicletta del milite. È questa la “favilla” che segna l’inizio dell’insurrezione. Stocchetti non aveva intenzione di ucciderlo, ma solo di bloccarlo e disarmarlo. Il milite sbanda, poi abbandona, con movimenti rapidissimi, la motocicletta per terra, e fugge velocissimo in direzione della “Caserma del Diavolo”. Di lui si perdono le tracce.

Con questo episodio, ancor oggi si ricorda la “favilla” che ha acceso l’incendio. La città stava insorgendo. S. Imerio aveva dato il segnale dell’inizio delle ostilità. Il segnale era partito dalle calde selci di questo rione popolare. Alla “Caserma del Diavolo” si insediava la Direzione della lotta armata per liberare la città da fascisti e tedeschi.

 Cominciano le sparatorie. Gruppi di insorti, quasi tutti giovani, si recano presso le abitazioni di fascisti pericolosi, quelli che avevano dei conti da regolare con la giustizia popolare per il male che avevano fatto. Si operano i primi arresti. I prigionieri vengono concentrati nel cortile della casa di Caselani Giuseppe (detto Magagna) che si trova in via Giordano, di fronte alle “case popolari”. Mentre si concentrano e si tengono sotto stretta sorveglianza questi elementi, da via Giordano transita una autolettiga della Croce Rossa militare. Viene bloccata per un’ispezione. Si scopre che non trasporta feriti bensì generi alimentari. Probabilmente costituiva un punto di appoggio per gruppi di fascisti e tedeschi in fuga. Il veicolo viene sequestrato e, con tutto il suo prezioso carico, consegnato al CLN. Nessuno dei ragazzi che partecipò all’azione si appropriò di qualcosa. L’onestà, la correttezza morale era un segno distintivo di questi gruppi di soldati della nuova Italia che stava nascendo. Se qualche disonesto qua e là c’è stato, era l’eccezione e non la regola dell’esercito popolare.

Il primo dei fascisti rinchiuso nel cortile di casa Caselani fu il milite della Brigata Nera (formazione che sul berretto nero a visiera ostentava un macabro teschio umano, simbolo di morte) Gianninoto Paolo. Costui è l’individuo che il 24 aprile aveva indotto Mario Stocchetti ad aprire il negozio e gli aveva puntato addosso due pistole ritenendolo il responsabile dell’uccisione del fascista Bernazzani. Individuo infido, si era accasato alcuni mesi prima dell’insurrezione in via Manini, in casa Zanibelli. L’antifascismo del rione lo riteneva una spia. Si aggirava infatti nei negozi del rione, dal barbiere, dal meccanico e in altri; chiedeva se avevano sigarette da vendere. In realtà adocchiava, ascoltava, indagava. Sospettandolo, quando appariva si faceva silenzio o si cambiava discorso.

Quando venne fermato, in casa Caselani, si accosta a Mario Stocchetti e gli dice: «Barbiere, ieri io gli ho salvato la vita!» Era un esplicito invito a ricambiargli il favore. Stocchetti taglia corto. Intanto gli ricorda che lui non è il barbiere ma il meccanico e in secondo luogo che lui non c’entra né con l’uccisione del Bernassani né per quanto riguarda eventuali provvedimenti nei suoi confronti. «Decide il CLN» – la cosa finì lì.

Nei giorni successivi Stocchetti viene chiamato dal CLN presso la “Caserma del Diavolo”. Qui gli chiedono conto del Gianninoto. «è quell’individuo che ti aveva puntato le due pistole dopo il fatto del tuo negozio?»

«Sì, è lui.»

In questo incontro Mario Stocchetti viene a sapere che a carico del Gianninoto erano stati trovati documenti e fotografie compromettenti che dimostravano le sue gravi responsabilità in azioni contro prigionieri di guerra inglesi fuggiti dai campi di concentramento dopo l’8 settembre 1943. Si accertò anche che il Gianninoto si spacciava da partigiano e poi faceva la spia per farli catturare. I dubbi che su di lui l’antifascismo del rione nutriva non erano quindi infondati.

Alcuni giorni dopo il 25 aprile il Gianninoto venne giustiziato. Il suo cadavere venne trovato presso il “Chiavicone” (Ciavegòon) in via Bosco, in data 11 maggio 1945.

Gli spari echeggiavano in varie parti della città. Posti di blocco vengono istituiti nei punti strategici in cui i tedeschi e i fascisti, in ritirata, possono tentare di passare. I ragazzi che presidiavano questi posti di blocco sono armati di fucili, bombe a mano. A S. Rocco dispongono anche di una pesante mitragliatrice Breda. E qui a S. Rocco in uno scontro a fuoco con alcuni fascisti cadrà il partigiano comunista Bruno Ghidetti. Il Ghidetti è uno dei primi caduti per la libertà.

L’ordine impartito dal CLN (insediato alla “Caserma del Diavolo”) ai “gruppi” in azione diceva di bloccare e consegnare i fuggiaschi (tedeschi e fascisti) alla “Caserma del Diavolo”. Con un’audacia che rasenta l’incoscienza, due insorti, Mario Stocchetti e Giordano Fazioli, bloccano in prossimità della SNUM una colonna tedesca composta di 50-60 uomini armati, comandata da un capitano medico. I due patrioti hanno intimato l’alt e la colonna si è fermata. Si noti che i due erano disarmati e sarebbe bastato un attimo d’ira dei tedeschi perché cadessero fulminati senza alcuna possibilità di difendersi. Invece i tedeschi, ormai consapevoli della loro sconfitta, hanno obbedito a tutte le intimazioni. Al capitano è stato chiesto di consegnare la pistola e lui l’ha consegnata senza opporre resistenza di alcun genere. La pistola era una bella Mauser da guerra che Mario si mise alla vita utilizzando lo stesso cinturone del capitano.

Tutta la colonna venne disarmata alla “Caserma del Diavolo”. Qui, quando si erano disarmati e raggruppati 200-300 prigionieri, si incolonnavano a piedi, e con la bandiera bianca davanti, marciavano verso il Brennero. Senz’armi non potevano più nuocere e soprattutto non erano più in grado di costituire dei punti di difesa e di attacco all’avanzata alleata in atto. Mussolini, a Milano, aveva detto che bisognava difendere la valle Padana con le unghie e coi denti. Un merito dell’insurrezione, fra gli altri, fu quello di scardinare ogni tentativo di costituire una nuova linea difensiva che avrebbe aggiunto nuovi lutti e dolori ai tanti già sofferti.

Nei giorni 26-27 Mario prende servizio alla Caserma del Diavolo come motociclista. Dispone di una Moto Guzzi 500, già in servizio presso la Guardia forestale di Cremona. Trasporta spesso Giuseppe Marabotti alla sede politica del CLN che si trova nel palazzo Cremona Nuova, palazzo in cui, fino a qualche giorno prima, si stampava Il Regime Fascista, il giornale di Farinacci. Ora il ras di Cremona è in fuga, ma sarà catturato e fucilato.

Mario presta questo servizio ma non si esime da altri servizi. Presso la Caserma si trova un motocarro Benelli 500. Con questo si andava a prelevare i fascisti compromessi. Ed anche Mario se ne serve per andare al Boschetto, in una cascina, a prelevare tale Quinzani , un agricoltore. Sono con lui Mario Agazzi, dipendente dell’AEM, fratello di uno dei vigili del fuoco fucilati dai tedeschi a Bagnara, e Cibolini Edmondo, elettrauto. I tre entrano in cascina, si dispongono sull’aia, di fronte alla casa padronale. Invitano il fascista a scendere: «Quinzani, vieni giù, porta con te la divisa con la fascia littorio e l’orbace. Se vuoi, butta tutto dalla finestra.»

Quinzani, mogio mogio, scese, si presentò in ciabatte. Aveva con sé la divisa. Ormai – avrà pensato – non mi serve più. Caricato il Quinzani sul motocarro, i tre  riprendono la via del ritorno. Il Cibolini, per scherzare, si mette la divisa del Quinzani. In via Brescia incrociano camion e carri armati alleati che si dirigono verso il Brennero. L’avanzata alleata è ormai in pieno svolgimento. Ogni resistenza, grazie anche all’insurrezione popolare in atto in tutta l’Alta Italia, è stata travolta. Il nemico è in rotta.

Negli stanzoni della “Caserma del Diavolo”, fra i fascisti in essi raccolti, Mario trova altri personaggi di sua conoscenza. Trova Pollina, un muratore di Bosco ex Parmigiano, amico di Farinacci; trova Bellingeri (ex agricoltore) che prestava servizio alla “Casa del Balilla” in via Colletta. Il Pollina e il Bellingeri , dal finestrino della cella, lo chiamano da parte e lo pregano di “mettere una buona parola” per aiutarli a togliersi dai guai. Questi individui erano suoi clienti, in quanto Mario aggiustava anche le biciclette ai fattorini della GIL (Gioventù Italiana del Littorio). Ricorda che gli dicevano: «Metti qualcosa in più nella fatturina, così salta fuori la “paghetta” per noi.» Come si vede, la pratica della “tangente” era già diffusa durante il regime fascista. Il “regime democratico” l’ha ereditata e perfezionata. Purtroppo!

Fra gli arrestati figura anche un certo “Scopino” (così chiamato perché suo padre era un fabbricante di scope). Lo “Scopino” era noto come ballerino. Partecipava e vinceva gare di ballo. Lui durante l’ultimo periodo della guerra si era arruolato nella GNR. E, insieme a Maestrelli e Merlini (quest’ultimo sarà poi fucilato) scorazzava per la città con potenti moto Gilera e Bianchi 500; portava la mitraglietta infilata nei gambali. Era uno di quelli che terrorizzava, più con l’atteggiamento da spaccone che con atti di violenza veri e propri, chi s’imbatteva sulla sua strada.

La moglie dello “Scopino” (che era una lontana cugina di Mario) nei giorni dell’insurrezione si presentò a casa sua pregandolo di intervenire per salvare la vita a suo marito. Mario con molta fermezza gli disse che «se non ha dei precedenti, non ha ragione di temere. Il Tribunale del popolo è severo ma giusto. Io non posso fare niente…»

Comunque lo “Scopino” non è stato fucilato. Anzi, ha avuto ancora il suo posto di fattorino presso l’Associazione Agricoltori di Bergamo. La democrazia è stata generosa con lui. Probabilmente è ritornato a vincere le gare di ballo.

Alla “Caserma del Diavolo” si trovava anche un camion scoperto, sul quale era montata, su un treppiedi, una mitragliatrice pesante. Il veicolo, guidato da tale Franchini (detto “Scandesina”) compiva giri per la città con il compito di mantenere l’ordine pubblico, rastrellando tedeschi e fascisti che in qualche modo potessero costituire un pericolo per il nuovo ordine democratico che stava nascendo.

Il Franchini, noto antifascista, era chiamato “Scandesina” in quanto lavorava in via Ghisleri in una piccola industria che produceva detersivi. Da questo suo lavoro gli amici trassero spunto per soprannominarlo “Scandesina”. Per altri era semplicemente “Scandice”. Ragazzo fiero, ardimentoso, nei giorni dell’insurrezione, con il camion armato di mitragliatrice, contribuì a ripulire la città da forze che, pur disperse e sconfitte, potevano ancora esser causa di danni.

In un paio di giorni la città è libera. Ma il tributo di sangue pagato non è stato lieve: un gruppo di patrioti cade a Porta Milano; fra di essi Bernardino Zelioli, figlio di un futuro senatore Dc (Ennio Zelioli Lanzini). A Bagnara un gruppo di vigili del fuoco viene fucilato da una colonna tedesca in ritirata. Primo Cortesi, all’epoca vigile del fuoco, fu attore e testimone del tragico evento e ne diede ampia testimonianza [10]. Anche Porta Po ebbe i suoi momenti drammatici e i suoi caduti. In via S. Rocco, in prossimità della cascina omonima, una lapide ricorda il sacrificio di Bruno Ghidetti. Morti e feriti si ebbero un po’ ovunque anche in provincia: ben 13 caduti a Gussola. Dal sacrificio di questi uomini nasceva l’Italia che si pensava migliore, quella che questi ragazzi avevano sognato.

Il 1° maggio 1945 in Piazza del Comune  si festeggiava la festa del lavoro. Appaiono le prime bandiere rosse scampate alla furia della dittatura. La piazza straripa di gente. Dopo 20 anni di feroce oppressione e di guerra ritorna la libertà e la pace.

Alla “Caserma del Diavolo”, in esecuzione di una sentenza del Tribunale del CLN, vengono fucilati alcuni fascisti, fra i quali il famoso maresciallo Vito Marziano, l’uomo che con inusitata durezza perseguitava e colpiva la povera malavita di S. Imerio.

Fra lo sventolare delle bandiere in Piazza del Comune e il crepitio della mitraglia alla Caserma del Diavolo, con il 1° maggio 1945 la storia di S. Imerio e della città voltava pagina.

Mario Stocchetti rientra nella sua bottega. Ma gli strascichi degli avvenimenti insurrezionali non tarderanno a farsi sentire. È la moglie della spia più volte citata, Gianninoto Paolo, a rimettere in moto lo scontro personale e politico. Costei, qualche giorno dopo l’uccisione del marito, si accosta alla finestra del negozio di Mario e con violenza lo accusa: «Vigliacco, hai fatto uccidere mio marito!» Al che Stocchetti esce dal retrobottega, raggiunge il marciapiede e si rivolge alla vedova con frasi decise nel tono e mordenti nel contenuto: «Cara signora, se suo marito non si mostrava con tanto di divisa e pistole in pugno (il riferimento è all’uccisione del fascista Bernazzani, avvenuto nel negozio), probabilmente non avrebbe fatto la fine che ha fatto. Aveva un atteggiamento violento… Ma a suo carico non c’era solo l’episodio del negozio, c’era ben altro.» Di fronte all’atteggiamento deciso di Mario la vedova si allontanò.

Ma la cosa non si fermò lì. Ebbe un seguito. All’inizio degli anni ’50 (nel ’51-’52) la vedova del Gianninoto inoltrò una denuncia alla Questura contro Stocchetti Mario e Mainardi Luigi (il padre di Cesare che più tardi diverrà segretario della Camera del lavoro), quali responsabili della morte di suo marito.

Stocchetti fu convocato in questura dal commissario dr. Raffaele Gagliardi. Dopo mezz’ora di anticamera fu fatto entrare. Il commissario lo informa che «qui c’è una denuncia di una signora secondo la quale lei, Stocchetti Mario e Mainardi Luigi, avete fatto uccidere suo marito.»

«Scusi, signor commissario, come si chiama il marito di questa signora?»

Risposta: «Gianninoto Paolo, Gianni – noto Paolo. »

«Ah… - replica Stocchetti – è quello che mi aveva puntato le due pistole come Tom Mix nei film americani. Ho capito. Guardi, commissario che io non c’entro niente in questo fatto. Io sono solo un buon cittadino che ha fatto il suo dovere per liberare l’Italia dal nazifascismo. Se volete delle informazioni, rivolgetevi al CLN che aveva sede alla caserma del Diavolo. Il CLN aveva in consegna il Gianninoto, e il CLN potrà dirvi a chi l’ha consegnato e i motivi per cui è stato ucciso… Io non sono un giudice. »

Dopo il colloquio, che non fu breve, Mario fu congedato e non fu più chiamato. La questione Gianninoto sicuramente fu archiviata.

Questo episodio si inseriva in una vasta, forsennata campagna antipartigiana e anticomunista che prese le mosse subito dopo la liberazione (ricordate il famoso “Triangolo della morte”?) e si spinse avanti negli anni ’50.

Nel 1° anniversario della Liberazione (25 aprile 1946), fu inaugurata la lapide che ricorda l’inizio dell’insurrezione. Apposta sulla facciata di Casa Manini, in essa è scritto: «Da queste selci scaturì la favilla sanguinosa della riscossa.» I cittadini del rione – aprile 1945.

La lapide fu infatti voluta dai cittadini del rione, senza concorsi di partiti o di istituzioni. Mario si fece promotore di una sottoscrizione per affrontare le spese connesse alla sua costruzione e alla sua muratura. «Tanti i cittadini cui ci si rivolgeva sottoscrissero con favore. L’iniziativa era ritenuta giusta e quindi opportuna. »

Essa fu costruita dal marmista Mario Orsini (consigliere comunale), anch’egli abitante di S. Imerio.

L’inaugurazione venne festeggiata con la partecipazione della banda musicale “Pei nostri fanciulli”, diretta dal maestro Cogrossi, detto “Mille” e con la partecipazione della Corale di Cremona, diretta dal maestro Vertova. I 40 coristi da lui diretti cantavano nell’atrio di casa Manini. L’acustica era ottima. Si cantavano composizioni solenni in memoria dei caduti di S. Imerio. La possente armonia dei canti si spandeva in tutto il rione fra la commozione della grande folla presente.

La lapide, ancor oggi, immobile e severa, è lassù, sul muro di casa Manini, espressione di eventi che nessuno dovrebbe dimenticare. Invece in molti hanno dimenticato. Non pochi hanno finto di accettare il fatto nuovo della libertà, ma in cuor loro covavano il desiderio della rivincita. I nuovi nemici di costoro erano gli uomini che alla Resistenza diedero il più alto contributo: i comunisti.