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Ricordo di Carlo Rosselli a 100 anni dalla nascita Commemorazione di Mario Coppetti aprile 2003 |
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Signore, signori, autorità, mi sia consentito un vivo ringraziamento al Sindaco al Presidente della Provincia e all’ANPI, che con il loro patrocinio hanno conferito più solennità a questo momento di riflessione e di ricordo di uomini che affrontarono grandi sacrifici, e parecchi anche la morte, per ridare dignità e libertà al popolo italiano. Il 16 novembre di
quest’anno ricorre il centenario della nascita di Carlo Rosselli, ucciso
insieme al fratello Nello a Bagnole de l’'Orne il 9 giugno 1937. Ritengo che, in questa
nostra Italia per la cui libertà essi diedero la vita è un dovere ricordare
uomini e fatti, pur lontani nel tempo, con grande umiltà, rispetto e
riconoscenza. Alcuni potrebbero
obiettare sull’'opportunità di queste commemorazioni; ad essi rispondo che è
mia profonda convinzione che non e possibile costruire un futuro di pace e di
giustizia, come tutti vorremmo, ignorando quel passato tragico ed eroico che fu
la lotta contro il fascismo. Per cercare di capire sotto tutti gli aspetti
quanto allora è accaduto è necessario ricordare, cercando di calarsi nel clima
italiano di quegli anni. Chi non è vissuto
sotto il fascismo non può capire, non può rendersi conto di quella che era la
vita allora. Anche senza aver subito
violenza fisica, come erano grevi le umiliazioni, gli obbligati silenzi,
l'isolamento di tutti i giorni, per mesi, per anni, l’obbligo della tessera,
della divisa, le adunate, le premilitari, la diffidenza, il sospetto. Oltre a
questo, per sottrarsi alle sistematiche violenze squadristiche molti lavoratori
erano costretti ad espatriare. Ad essi poi seguiranno nel 1924 gli espatri di
Gaetano Salvemini, di Tarchiani, Mirti, don Sturzo e di Piero Gobetti nel 1926,
cui faranno seguito quelli di Claudio Treves e Giuseppe Saragat. Milano divenne così il
centro per l’organizzazione degli espatri che ebbe proprio in Rosselli uno dei
maggiori attivisti. Carlo
Rosselli, secondo
di tre fratelli, nasce a Roma da Amelia Pincherle e Giuseppe Rosselli il 16
novembre 1899 in una famiglia che aveva intensamente partecipato alle lotte ed
agli ideali del Risorgimento; basta ricordare che Giuseppe Mazzini morì in casa
di Pellegrino Rosselli, nonno di Carlo. Nel 1916 Aldo, il
fratello maggiore, cade eroicamente in guerra sui monti della Carnia; alla
memoria gli verrà conferita la medaglia d'argento. Anche Carlo nel giugno
del 1917 verrà chiamato alle armi, e verrà congedato nel febbraio del 1920
dopo aver vissuto quasi tre anni con gli alpini, sugli altipiani di Asiago. *
* * è
proprio negli anni 1920-1921 che Rosselli è attratto dalla concezione del
movimento socialista come fattore di unificazione spirituale, di educazione
nazionale, di patriottismo proletario, il solo capace di risolvere i problemi di
fronte ai quali era mancata la borghesia, patriottismo che senza sforzo sfocia
nell'internazionalismo. Eccolo allora guardare
con sempre maggiore interesse a Filippo Turati che rappresentava quel socialismo
nato come moto umanitario, spinto innanzi da profonde necessità democratiche e
liberali, da un forte amore verso gli umili, senza il quale ogni riformismo è
cosa morta. L’ambiente fiorentino dove la personalità di Salvemini aveva
attratto vari giovani, da Carlo a Nello Rosselli storico, autore di biografie di
Pisacane, Mazzini e Bakunin, a Ernesto Rossi, alla giovane inglese Marion Cave
che diventerà la moglie di Carlo, si rivela un ambiente molto attivo nella
contestazione contro il fascismo. Ma quando, dopo il
famoso discorso alla Camera col quale denuncerà i brogli e le violenze
fasciste, Giacomo Matteotti verrà barbaramente ucciso a pugnalate su ordine di
Mussolini, si fa strada in Rosselli la convinzione che oramai bisognava
schierarsi con un partito e in uno slancio sentimentale aderirà al partito
socialista che era il partito di Matteotti e di Turati. Egli sperava così di
poter mettere in pratica la sua convinzione che toccasse alle masse operaie,
inquadrate in un partito socialista progressista e non sovversivo, raccogliere
l’eredità del liberalismo. Rosselli attivo tra
Firenze e Milano, ove era diventato assistente di Luigi Einaudi alla Bocconi,
davanti alla debolezza dell'opposizione, dopo che la stampa libera era stata
soppressa, con Ernesto Rossi pubblicherà a Firenze il “Non mollare”, dove
scriveranno: “Bisogna resistere malgrado le armi della milizia, malgrado
l'impunità assicurata ai delinquenti, malgrado tutti i decreti che possano
venire firmati dal re”. In seguito alla
diffusione di questa pubblicazione verranno processati a Firenze il 13 luglio
del ‘25 Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi. Due mesi dopo il 3 e 5 ottobre la
violenza fascista si scatenerà a Firenze con uccisioni e devastazioni. Rosselli,
ormai poco presente a Firenze perché aveva la cattedra di economia politica a
Genova, non verrà arrestato. Ma con la voglia di
fare che lo distingueva, con l'innato senso dell’organizzazione, si impegnava
con tenacia per far uscire il “Quarto stato” con l’intendimento di
preparare la ricostruzione, su nuove basi, di quel movimento socialista in cui
riconosceva dal punto di vista politico il fenomeno più elevato dell'Italia
moderna. Per convincere Nenni in
quel momento molto sfiduciato e depresso a collaborare alla rivista gli scrive:
... “io metto a disposizione dell'iniziativa i miei denari, credendo con ciò
di compiere, io, socialista e ricco capitalista, uno stretto dovere di cui
nessuno ha da ringraziarmi. E ancora, tu mi parlasti una volta e in modo che mi
commosse, di Matteotti; e mi dicesti che ti sarebbe piaciuto dar la vita per
l’idea, così come lui la diede, e ci trovammo concordi nel lamentare
l’assenza di spirito di sacrificio e di sete di sofferenza. Anch’io spesso
ho sognato di poter finire così utilmente la mia vita per una così grande
causa... Matteotti non voleva e
non cercava la morte. Volle e cercò la
lotta, volle e cercò i posti di responsabilità nelle ore più dure; seppe
vincere tutti i giorni e perdere tutti i giorni la sua piccola battaglia. Io ammiro in lui la
fede di tutte le ore, la tenacia, la costanza, l’ottimismo contagioso, il
volontarismo sfrenato.” Alla fine Nenni accolse
l’invito e diede la sua collaborazione. Congiungere lotta
politica di emancipazione operaia e lotta liberistica era una aspirazione di
Rosselli come era stata di Salvemini e Gobetti. *
* * Nel 1926 in seguito
agli attentati contro Mussolini del coraggioso ex capitano degli alpini ed ex
deputato socialista Zaniboni, dell'inglese Miss Gibson, del giovane anarchico
Lucetti, del giovanissimo Anteo Zaniboni (linciato sul posto a Bologna), esplode
la violenta rabbia fascista culminata in aggressione alle persone nella
devastazione di molte abitazioni di noti antifascisti, molti dei quali sono
costretti a fuggire all'estero. Nell'opera di
organizzazione di espatri Rosselli diviene il fulcro e il più impegnato insieme
a Ferruccio Parri e Riccardo Bauer, ed è proprio lui che deve convincere
l’ormai vecchio Turati, solo e profondamente depresso, anche per la morte
dell’amata Anna Kuliscioff, a mettersi in salvo all’estero. Ed eccolo allora
organizzare la rocambolesca fuga di Turati: da Milano nel Varesotto, da lì a
Ivrea quindi a Savona, dove finalmente potè imbarcarsi con Turati, Pertini,
Parri, Oxilia, Dabove e Boyancé e dopo una orribile traversata durata dodici
ore sbarcare a Calvi in Corsica. Rosselli riteneva che
il dovere dei vecchi era di continuare la battaglia all'estero, quello dei
giovani di battersi in Italia. Così subito il giorno
dopo Parri e Rosselli con Oxilia e Dabove ripartirono per l’Italia ed
approdarono a Forte dei Marmi, dove vennero arrestati. Dopo un breve periodo di
confino ad Ustica Rosselli viene trasferito a Savona per essere processato per
l'espatrio di Turati. Carlo Rosselli invia
una lettera al giudice istruttore nella quale rivendica la propria azione,
affermando che aveva voluto porre in salvo l’uomo che era stato il simbolo del
socialismo italiano e riaffermava un legame ideale concreto fra la lotta
dell’Italia per la sua libertà nel Risorgimento e il suo gesto, tra
l’amicizia dei suoi nonni per Mazzini e la sua devozione per Turati. Tutti gli accusati, già
valorosi combattenti nella grande guerra e con medaglie al valore, tennero lo
stesso fiero comportamento e quando Parri affermò che si vergognava di portare
sul petto sotto la dittatura le medaglie al valore, il padre vecchio ufficiale
lo interruppe con un “bravo”. La mite sentenza fu
accolta da una manifestazione antifascista nella sala del tribunale stesso, che
non era ancora il tribunale speciale. *
* * Dopo aver scontato
dieci mesi di carcere Rosselli venne assegnato per cinque anni al confino,
questa volta a Lipari. Durante il soggiorno al
confino egli scrive “Socialismo Liberale” ed è proprio in queste pagine che
egli afferma: “Quanti appartenendo a popoli liberali, che portano con se il
culto per la libertà, ci invitano al compromesso, non comprendono nulla della
lotta che si svolge in Italia. Sono essi inconsciamente i migliori alleati del
fascismo. Questo non teme le
mezze coscienze. Ciò di cui ha paura, sono le coscienze diritte e la fede pura
nei principi. Quelli che ha barbaramente colpito sono gli uomini che un’intera
vita stoica e puritana indicava come simboli di quest’opera di rigenerazione. Esiste oggi in Italia e
fuori d’Italia, una generazione di uomini che hanno scelto il loro destino e
che per nulla al mondo rinuncieranno a condurre la lotta alla sua logica
conclusione.” Rosselli fin dal primo
giorno dell’arrivo a Lipari aveva pensato alla fuga scegliendo come compagnia
della perigliosa avventura Fausto Nitti ed Emilio Lussu eroe della Brigata
Sassari, deputato del partito sardo d’azione, assegnato al confino perché con
una fucilata aveva colpito un fascista che tentava arrampicandosi sul balcone di
entrare in casa sua con un gruppo di squadristi. Dopo alcuni tentativi
non riusciti il 27 luglio del ‘29 alla sera Oxilia e Dolci, liberato pochi
mesi prima dal confino, riusciranno con un motoscafo a riportare i tre in salvo
in Tunisia. Con il seguente
immediato arresto di Nello e Marion, che era cittadina inglese, l'eco
dell’impresa venne ingigantito, la risonanza moltiplicata dalla stampa
democratica americana ed europea, soprattutto da quella inglese. Negli stessi giorni
Sandro Pertini rientrava in Italia e arrestato veniva condannato a dodici anni
di carcere. L’ambiente che
Rosselli dopo l’evasione troverà a Parigi è il mondo estremamente complesso
e frammentario di tutte le emigrazioni politiche. E proprio come movimento
all’infuori dei partiti esistenti nasce allora “Giustizia e Libertà” e
dopo pochi mesi uscirà anche il giornale dallo stesso titolo. Novembre 1929. *
* * Sono di questi tempi
una intensa attività contro la dittatura. In Belgio, l’attentato contro il
principe Umberto ad opera del socialista Fernando De Rosa, che
col seguente relativo processo, che avrà ampio risalto da parte di tutta la
stampa democratica europea, soprattutto per le numerose testimonianze di
personalità politiche in difesa di De Rosa. Fra le tante quella del ministro
belga Spaak, che dichiarava: “In un paese dove non c’è libertà si può
giustificare anche l'’uso della violenza”. De Rosa subirà una lieve
condanna. Morirà combattendo per la repubblica, in Spagna. Ancora, organizzata da
Rosselli (che amava anche progettare azioni spettacolari che avrebbero potuto
avere ampia risonanza anche all’estero) l’impresa di Bassanesi che sfidando
l’aviazione fascista volerà in pieno giorno su Milano gettando migliaia di
manifestini contro il fascismo riuscendo a rientrare in Svizzera. L'anno dopo un altro
giovane, Lauro De Bosis, dopo aver scritto “La storia della mia morte” volerà
su Roma gettando migliaia di volantini contro il regime fascista ma nel ritorno
scomparirà con il suo aereo in mare, nelle acque della Sardegna. Colma di pathos è la
deposizione di Rosselli davanti al tribunale di Lugano, per il volo di Bassanesi.
Egli dichiarerà: “Avevo una casa me l’hanno devastata. Avevo un giornale me
l’hanno soppresso. Avevo una cattedra l’ho dovuta abbandonare. Avevo dei
Maestri e degli amici, Giovanni Amendola, Matteotti, Gobetti me li hanno
uccisi.” *
* * Tutti gli arrestati
furono condannati a lunghe pene, dopo che lo stesso tribunale speciale aveva già
condannato a morte Sbardellotto e Schirru, accusati di voler attentare alla vita
di Mussolini. Dopo l’avvento di
Hitler al potere in un profetico articolo Rosselli scrive: “Inutile cercare
pretesti per non vedere; dopo l’avvento del fascismo in Germania la meccanica
pacifista è crollata e ci si avvia a grandi passi, verso una nuova guerra.
Questa guerra verrà fra due, tre, cinque anni, quando la Germania si riterrà
sufficientemente forte... Nella nostra qualità di italiani, di rivoluzionari,
di antifascisti, il nostro dovere consisterà nel sabotare la guerra fascista,
nel trasformare la guerra in rivoluzione” (1933). E ancora: “Questo è,
nell’ora attuale, l’unica forma di pacifismo virile, l’unico modo per
salvare la pace.” Nel frattempo
continuava l’espatrio dall’Italia di eminenti figure della cultura. Nel 1932
muoiono a Parigi Filippo Turati e Claudio Treves e vengono effettuati numerosi
arresti, specialmente a Torino da parte dell’O.V.R.A., la polizia segreta
fascista. Grandissimo impegno politico Rosselli sosterrà nei tormentati anni
che videro Italia impegnata nella guerra d’Abissinia, durante la quale
soltanto il movimento di “Giustizia e Libertà” si dichiarò contrario alle
sanzioni imposte all’Italia dalla Società delle Nazioni, prevedendo che
questa decisione non sarebbe mai stata applicata come di fatto avvenne, mentre
ciò avrebbe spinto parte degli italiani ad avvicinarsi al fascismo. Terribili anni dal
’34 al ‘37 segnati dall’avvento del nazismo in Germania, dallo
schiacciamento della resistenza antifascista in Austria, dalla vittoria
hitleriana nel plebiscito della Saar, dal riarmo tedesco. Scoppia poi la guerra
di Spagna ed egli, cogliendo il profondo significato rivoluzionario che potrebbe
assumere, interviene subito, organizza e porrà alla vittoria di monte Pelato in
Catalogna la colonna italiana comandata dal repubblicano Angeloni che verrà
ucciso proprio in quella battaglia. Subentrato ad
Angeloni,
cercherà in tutti i modi di organizzare una legione italiana unica, ma malgrado
il suo impegno, per i contrasti fra i partiti spagnoli, e fra quelli dei vecchi
partiti italiani, che già sostengono la brigata Garibaldi sul fronte di Madrid,
non riuscirà nel suo intento che si basava sempre sul concetto che avevano
ispirato le famose parole d’ordine: oggi in Spagna domani in Italia. Ai primi del giugno del
‘37 rientra a Parigi a causa del riacutizzarsi di una flebite. Intanto sul
fronte della Catalogna la situazione si fa sempre più difficile a causa dei
contrasti fra anarchici e comunisti sul modo di condurre la guerra, contrasti
culminati purtroppo con l‘uccisione dell’esponente anarchico italiano
Camillo Berberi. Dopo un breve tratto di
strada Rosselli si ricorda di aver dimenticato di prendere delle pubblicazioni. Allora mentre gli altri
vanno avanti io ritorno con lui in sede. Rammento ancora con
quale interesse mi chiese della situazione in Italia; egli era particolarmente
interessato a capire cosa pensavano i giovani in Italia, quali erano gli effetti
che la guerra di Spagna aveva su di loro e a chiedersi quello che dall’estero
avremmo potuto fare. Mentre tornavamo dagli
amici mi disse che tra qualche giorno sarebbe andato fuori Parigi per curarsi.
Non l’avrei mai più rivisto. *
* * Sarà proprio in
Normandia fra i verdi alberi della foresta di Couterne che i due fratelli
saranno vittime dell’infame mostruoso assassinio, che ricorda quello molto
simile di Giacomo Matteotti. Uno dei sicari Jakubiez
davanti ad un tribunale francese nel 1945 per liberarsi la coscienza, così
confessò la sua partecipazione al delitto: “Quando i due
Rosselli uscirono dal ristorante, li seguimmo con la nostra vettura. Erano
accompagnati da una donna (la moglie di Carlo), che lasciarono alla stazione di
Bagnoles. Poi andarono verso Alençon, e noi li seguimmo. Dopo avere fatto
alcuni acquisti ad Alençon (regali per i bambini), i Rosselli presero la via di
Bagnoles. A un certo punto, la vettura di Filliol, nella quale stavo io,
oltrepassò quella dei Rosselli e le tagliò la strada. Filliol scese sulla
strada con Baillet, simulando un guasto. La vettura dei Rosselli si arrestò.
Carlo rimase al volante. Il fratello esce. Filliol, che era curvo innanzi alla
vettura come se cercasse il guasto, si rialzò bruscamente e scaricò il
parabellum contro nello, che cadde. Baillet si precipitò sulla vettura in cui
si trovava Carlo, che stava al volante, e sparò anche contro di lui. Carlo fu
ucciso sul colpo. Suo fratello, gravemente ferito, era caduto nel fossato. Io lo
colpii col pugnale credo due o tre volte; Filliol lo finì in seguito con
l’arma che possedeva. Il pugnale che fu
trovato sul luogo era mio. Filliol conservò il suo. Era stato lui che ci aveva
tutti armati con un pugnale dello stesso modello. Puireux rimase al volante
della sua macchina durante l’affare. Gli occupanti della seconda macchina, che
avevano veduto il delitto, girarono su se stessi nella direzione di Parigi.
Baillet ed io buttammo i due corpi
nel bosco sul margine della strada. Filliol li aveva frugati e preso si di essi
delle carte, che furono spedite in Italia. In cambio dall’Italia arrivarono
100 moschetti beretta prezzo pagato ai cagoulards francesi per l’esecuzione
materiale del delitto.” L’assassinio dei
fratelli Rosselli ebbe grande risonanza, specialmente in Inghilterra (la moglie
era inglese) e in America e servì a far conoscere a tutto il mondo che non
tutti gli italiani erano sostenitori del regime. A 38 anni Carlo
lasciava la moglie e tre piccoli orfani. Quattro bambini aveva Nello. Ma come era l’uomo
Carlo Rosselli? Ester Parri ricorda la sua istintiva bontà e la ricchezza e
profondità di sentimenti umani, sempre sorridente, arrivava di corsa con il
sorriso lieve sulla bocca sottile e lo sguardo che chiedeva scusa; le parole
precise non erano mai un ordine, ma un consiglio, una preghiera. Era naturale obbedirgli
e poi ricordo l’infinita tenerezza che nutriva verso la moglie e i figli.
Tenerezza che però non gli impedisce di scriverle prima di partire per la
Spagna, la seguente lettera: “Cara Marion, non ho più diritto di oziare. Ti
trascuro, vi trascuro? Lo so, lo credo, cara. Ma non senti come è tragico e
imperioso il dovere che mi si pone dopo tutti questi terribili sacrifici degli
amici? Con Bauer, Rossi, Fancello, Parri, Maffi, Albasini in prigione, noi non
abbiamo più diritto di oziare o di fare eccessivi riposi. C’è il problema
Germani (esponente di “GL” triestino che aveva tentato di fare espatriare la
vedova Matteotti n.d.r.), l’angoscioso problema Germani che da solo ci deve
spronare a moltiplicare gli sforzi. Ormai per tutti questi
eroici compagni nostri non c’è che una speranza: la nostra. Essi attendono la
liberazione da noi. Nei lunghi mesi o anni di prigione essi scongiureranno noi
di lavorare, di combattere, di non perdere un solo attimo nella battaglia. è
quello che facciamo. Quando ti senti un
po’ infelice pensa a quella disgraziata Germani: il marito in prigione da due
mesi e mezzo e non può neppure ricevere la posta; per più di 40 giorni è
stato senza un libro, un capo di vestiario. Lei impossibilitata a
lasciare Parigi dove non deve assolutamente avere contatti con noi. Il suo
bambino lontano a Trieste. Destino terribile che sopporta con esemplare
coraggio. Io, come già ti
scrissi, sono combattuto alle volte dal rimorso di non occuparmi abbastanza di
voi e di non sapere godere come potrei e vorrei la dolcezza grande del nostro
amore. Ma, poi, pensando a questi casi e alle nostre responsabilità, mi
convinco che la vera strada è questa e che nulla in quest’ora sarebbe più
turpe di un egoistico isolamento.” *
* * Egli non è un liberale
crociano, non crede in un’opposizione legalitaria contro un regime illegale,
si spinge perfino a giustificare, in via teorica, l’attentato o il
tirannicidio. Il suo obiettivo non è la pura e semplice restaurazione dello
stato liberale prefascista. Pensa a una nuova costituzione aperta alla
partecipazione dei ceti popolari e con un più ampio riconoscimento dei diritti
sociali. Ma nello stesso tempo
respinge con fermezza la tesi comunista e massimalista che vede l’uscita dal
fascismo in un sistema di tipo collettivista. “Siamo con il
proletariato - risponde a un attacco di Giorgio Amendola - non però per farne
l’oggetto di dittatura della burocrazia di partito ma per sviluppare in esso
il senso della dignità e dell’autonomia, facendolo libero nell’officina ma
anche nella vita.” Il socialismo non è né
la socializzazione, né il
proletariato al potere e neppure la materiale eguaglianza. Il socialismo colto
nel suo aspetto essenziale, è l’attuazione progressiva dell’idea di
giustizia e libertà tra gli uomini: idea innata che giace più o meno sepolta
nelle incrostazioni dei secoli al fondo di ogni essere umano. “Il socialismo
è in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione
materiale.” L’etica marxista, in realtà inesistente, che di etica ve n’è
una sola, senza aggettivi, non è che l’etica fondata sull’homo economicus.
La religione mascherata del cinismo e del materialismo proletario. Rosselli era convinto
che gli uomini e la società vengono prima dello Stato; che i diritti umani sono
superiori al diritto degli Stati; che le libertà umane rappresentano un valore
più alto della sovranità statale. *
* * Per concludere, che ben
altro impegno, ben altro tempo occorrerebbero per approfondire le idee politiche
di Rosselli, voglio ricordarlo a voi con le parole di Benedetto Croce che credo
tratteggino molto bene la figura di questo generoso idealista che ha pagato con
la vita il suo amore per la libertà. “Pure, nella inerzia
e acquiescenza dei paesi dei quali gli esuli erano ospiti, il Rosselli fu colui
che più di ogni altro non tralasciò mai di escogitare e di tentare e ritentare
tutte le vie per passare dalla polemica delle idee a quella dei fatti, e in
questi incessanti tentativi spese le sue doti di ingegno e volontà, profuse
largamente il suo patrimonio privato, mise allo sbaraglio la sua vita. Dopo
l’evasione che con pochi compagni e con grande audacia fece dal confino di
Lipari, si susseguirono, per sua precipua opera, invii di aeroplani nel cielo
d’Italia e piogge di manifesti, incitazioni, dimostrazioni di ogni sorta,
incoraggiamenti a scioperi, incoraggiamenti ad ardire imprese. Se gli effetti di
tutti questi tentativi furono scarsi, se taluni di essi abortirono alle prime
mosse, il Rosselli, che mai si stancava, mai si scoraggiava, pronto a
ricominciare daccapo, dava un esempio ammirevole, che rende ora oggetto di
venerazione la sua memoria. L’ultimo suo disegno fu la partecipazione alla
guerra civile del popolo spagnolo contro i generali e i falangisti; guerra che
egli, sperandola vittoriosa, credeva che avrebbe fornito un punto di appoggio
alla guerra degli italiani contro il fascismo. Si recò perciò a combattere in
Spagna, e quel disegno ancora volgeva in mente quando, tornato in Francia, fu
fatto assassinare dal fascismo il quale sentì che, uccidendo lui, avrebbe tolto
una forza, la maggiore forza efficiente, all’emigrazione italiana.” Egli è stato infatti
il solo antifascista fatto uccidere all’estero da Mussolini. *
* * Dietro le bare
ricoperte da drappi rossi vedo ancora il popolo di Parigi una folla immensa,
tante bandiere, rappresentanti di tutti i movimenti antifascisti d’Europa,
tante personalità politiche, ma soprattutto la partecipazione della gente del
popolo animata da grande volontà di riscossa. Oltre
centocinquantamila persone commosse seguiranno il corteo che si snodava per le
vie della città, mentre risonavano le note gravi e solenni dell’Eroica di
Beethoven, la sinfonia da Carlo preferita. I due fratelli venivano
portati per essere seppelliti in quel cimitero dove già riposava il vecchio
Turati e dove il popolo di Belleville e della Bastiglia ogni anno andava a
ricordare i morti della Commune. Quando le bare
passarono e scomparvero oltre la porta del Père Lachaise una grande tristezza
scese su tutti noi, e su di me un grande senso di vuoto che ho portato appresso
tutta la vita e il presagio, purtroppo avveratosi, che l’Italia aveva perso
uno dei suo figli migliori, che avrebbe dato - ne sono certo - per le sue doti
morali, le sue capacità politiche, e di concretezza, un contributo fondamentale
alla costruzione della nuova Italia, migliore dell’attuale. |