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Le
“vicende” di Paese rappresentano una risorsa culturale e umana per tutta la
provincia, un arricchimento particolare, che si colloca in quegli “annali
della vita” destinati a fare Storia, sia pure in tempi di profonde e rapide
trasformazioni, sempre alla ricerca di cose nuove e capaci di meravigliare.
Così, le
“pagine scritte” di Alvaro Papetti, che ci danno l’immagine di S. Daniele
Po “negli anni della guerra del Duce”, non appartengono soltanto ad una
comunità, vivace e culturalmente attiva, ma sono un patrimonio comune,
nell’analisi di quell’eterno mondo delle radici che rendono inconfondibile
il nostro territorio.
La guerra, con
le sue tragiche devastazioni di ambienti di vita e di esistenze, non riduce
l’intensità di vita di un Paese, che dalle sponde del Po ha potuto assistere,
da vicino, agli ultimi momenti della guerra, su su fino alle stagioni della
ripresa democratica, non dimenticando il passato, ma aprendosi, generosamente,
al futuro che occorreva costruire.
Riteniamo
utile - soprattutto per le nuove generazioni e, quindi, per la Scuola - far
conoscere quanto dall’Autore è appassionatamente narrato, per ricordare, a
tutti, che la Storia è la sintesi di tanti capitoli, a volte scritti da umili
protagonisti, ma pur sempre simboli dell’eterna fatica umana, nel suo incedere
verso traguardi migliori.
Piace che sia
un “uomo di Scuola” a narrare queste storie, per dimostrare, ancora una
volta, che nelle nostre aule, spesso, lo sguardo si estende a cogliere quel
mondo che ha dato voce ad ambienti che ci appartengono, proprio come chiedeva il
migliore processo educativo, dai tempi della riforma della Scuola Media, quando
ogni territorio diventava, per volontà dei suoi docenti, centro di studi e di
meditazioni: dall’ambiente di vita ai luoghi ufficiali del cammino secolare,
con l’intento di costruire, sempre, un percorso di vita che ormai è nostro.
I giovani,
poi, debbono conoscere la Storia che ci ha immediatamente preceduti, nel dramma
collettivo dell’inquieto Novecento, vale a dire la seconda guerra mondiale,
con la speranza che una lunga età di pace e di prosperità abbia ad
accompagnare i nostri tempi.
Anche per
queste ragioni il lavoro di Alvaro Papetti merita attenzione e rispetto, mentre
lo accompagna un nostro sentimento di gratitudine per l’impegno profuso, con
l’idea di non far mai morire la Storia.
on.
Giuseppe Torchio – Presidente della Provincia di Cremona
Denis
Spingardi – Assessore Provinciale alla Cultura
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Chissà perché,
leggendo attentamente le pagine di “Türe zu”, nella logica tutta cassoliana
del racconto che si fa, capitolo per capitolo, con il ricordo ho recuperato
l’inizio di “Noi del Boscaccio” di Giovannino Guareschi, il Narratore che
ci ha aiutato a capire le “piccole storie” nei loro segreti messaggi: “Il
fiume scorre placido e indifferente nella pianura e, tra il fiume e i paesi,
c’è l’argine: perciò le case non si specchiano nell’acqua, ma le storie
d’ogni paese scavalcano l’argine e il fiume tutte le convoglia: storie buffe
e storie malinconiche, e se le porta via verso il gran mare della storia del
mondo. E, durante il viaggio, le racconta a chi si siede in riva all’acqua ad
ascoltare le chiacchiere del fiume: robaccia che par cascata giù dalla pagina
di cronaca dei giornali, o robetta che pare scivolata via dalle pagine dei
vecchi libri di lettura. Il fiume scorre placido e indifferente e
racconta…”.
Anche la terra
dell’Autore – il prof. Alvaro Papetti, figlio della mia stessa generazione,
uniti pure nell’essere uomini di Scuola, dopo avere vissuto intensamente nelle
sterminate campagne di San Daniele Po - corre lungo un argine maestro, che la
separa dal “grande fiume”, che tante storie ha conosciuto, piccole e grandi,
ma pur sempre segnate da un forte sentimento di “comunità”, con uomini mai
abbandonati al loro destino.
L’amicizia
con l’appassionato interprete di queste “vicende”, dal cuore grande e
nutrite di una intensa umanità, può rendere difficile un giudizio, perché
legittimamente influenzato da tante cose; d’altra parte, mi conforta un
costante impegno, nel corso di tanti anni, nel “leggere” e nel
“meditare” le riflessioni di altri, al pari di me attenti a seguire le
vicende degli uomini, nella loro accanita volontà, spesso, di segnare, in
qualche modo, il tempo che è nostro... E allora non temo di affermare che, qui,
Alvaro Papetti recupera, in quell’italiano che appartiene alla migliore
educazione umanistica, tanti momenti della vita di Paese - per noi sempre con la
maiuscola, perché è il nostro Paese, in una felice capacità di elevare il
discorso quotidiano in una dimensione più generale, proprio come incontreremo
nei capitoli del romanzo “La Storia” di Elsa Morante, che tanto ci entusiasmò,
in una stagione non ricca sul piano letterario: così il discorso si fa, spesso,
avventura dell’umano, mentre i gesti e le parole di tanti “poveri cristi”
ci conducono a riflettere seriamente su ciò che è la vita, con le sue segrete
verità, che, autenticamente, spesso, sfuggono ai più colti, per diventare
patrimonio di gente comune, che non teme di apparire nella sua autenticità.
Lo spaccato
della “storia”, ampiamente presentata (e credo che il primo a sorriderne, in
diverse pagine, sia il Narratore stesso, con la sua impeccabile capacità di
fotografare stili di vita e modi di presentarsi...) e ricollegata, là dove era
possibile, ad un percorso più generale (ed era la realtà di un’Italia in
guerra, in un clima di libertà condizionata, con tante tragedie in atto...),
appare circoscritto - gli anni appunto della guerra del Duce - e limitato ad un
piccolo lembo di provincia, San Daniele Po; però, diventa il tutto “Provincia
dell’Uomo”, indimenticabile titolo di pagine di diario di Elias Canetti, un
Nobel tra i più amati dagli intellettuali della mia età. Mi piace pensare
all’Uomo e al suo eterno destino, accanto a questi Capitoli, dal primo “di
carattere storico generale” all’ultimo di avvio faticoso della vita di
Comunità in un rinnovato clima di partecipazione democratica (si dice “La
vita in paese tornava intanto ad una normalità che sembrava ormai dimenticata o
addirittura mai conosciuta...”).
Di tanti in
tanto, emerge un tono sottilmente umoristico, per meglio evidenziare la
dimensione contenutistica, la forza del racconto, senza alcuna volontà di
demolire, perché, in queste pagine, i personaggi sono pure parte della tua
storia, con tè hanno vissuto, nel bene e nel male, in una immagine di Comunità
aperta, dove certo - come era caro ancora a Elsa Morante - può apparire la
divisione in “felici pochi” e “infelici molti”: tutti, però, portatori
di qualche cosa che ha dato significato alla vita in comune.
Allora, si può
ben capire - in certi spaccati narrativi - la simpatia dell’Autore per gli
“umili” di questo mondo che gli appartiene: anch’essi hanno lasciato un
segno, per cui i “Ciòta” di qui, sperduti tra i silenzi delle rive del Po,
sembrano assomigliare ai Paulin di Davide Lajolo, a tutti i personaggi “con
eguale misura di lagrime” di morantiana memoria, ai Pidràn del racconto
mazzolariano, ai Giaròn delle cronache guareschiane. E per ognuno c’è un
ricordo e un sorriso, così che anche la guerra, con le sue immani tragedie, si
umanizza un poco (come, del resto, è stato per le pagine indimenticabili di
Mario Rigoni Stern).
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