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Mario Coppetti 8 settembre 2003 Sala Consigliare dell'Amministrazione Provinciale di Cremona |
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Signor
Sindaco, Autorità, cittadini cremonesi, Il
loro ricordo è ancora ben vivo in me e se il rammentarli rinnova antico dolore,
pure mi offre l’occasione per rievocare e testimoniare ideali e speranze per
le quali 60 anni fa militari e civili cremonesi qui lottarono e morirono. Desidero
esprimere a tutti voi il più sentito ringraziamento per la vostra presenza a
questa commemorazione che rappresenta anche un omaggio alla memoria dei caduti
ai quali rivolgiamo un affettuoso pensiero. Non è
possibile per me ricordare quanto accadde il 9 settembre del 1943 in Italia e
qui a Cremona in particolare, senza essere personalmente e passionalmente
coinvolto, avendo vissuto quei giorni che videro accadere tragici fatti e gesta
gloriose. Per
comprendere appieno tutta la grandezza di cui furono artefici i militari ed i
civili bisogna cercare di immedesimarsi in quello che era lo stato d’animo
degli italiani che il 25 luglio avevano all’improvviso appreso della caduta di
Mussolini e del fascismo. Tale
caduta era avvenuta in seguito al voto del Gran Consiglio, che aveva
praticamente costretto Mussolini alle dimissioni. Infatti
i suoi seguaci e lo stesso Re, avendo compreso che la sconfitta militare sarebbe
stata anche la fine del fascismo e della monarchia, speravano con quell’atto
di poter recuperare ancora di fronte ai vincitori una certa credibilità che
permettesse così alla monarchia di sopravvivere, ed ai gerarchi di cavarsela
senza gravi conseguenze. L’operazione
del Gran Consiglio fascista fu insomma un fatto totalmente estraneo al popolo e
agli oppositori del fascismo. Gran
parte degli italiani accolse con gioia questo avvenimento sperando soprattutto
che ciò potesse portare presto alla tanto sospirata pace. Con questo spirito,
dopo il 25 luglio, se si esclude la distruzione di emblemi e di simboli del
regime, non vi furono vendette né rappresaglie verso i fascisti, che pur
sarebbero state ben comprensibili e questo è bene che venga ricordato,
sottolineato, soprattutto in riferimento a quanto avverrà invece nel periodo
successivo ad opera dei fascisti della repubblica sociale. Già
nei primi giorni di agosto con i tremendi, devastanti bombardamenti su Milano,
ci si rese conto che la guerra continuava, anche più dura di prima. In un
clima di incertezza e di timori, ecco che improvvisamente, nel pomeriggio
dell’8 settembre, prima da Radio Londra e poi dalla radio italiana, venne dato
l’annuncio della firma dell’armistizio fra l’Italia e gli alleati. L’inettitudine,
l’ambiguità degli alti comandi militari e del re diedero ancora una volta la
prova della loro incapacità e mancanza del senso di responsabilità. Infatti
venne diffuso un comunicato col quale si diceva genericamente di rispondere agli
attacchi da qualsiasi parte provenissero. Senza precise direttive questo creò
disorientamento e incertezza, che provocarono così il crollo dello stato nella
peggiore delle situazioni, culminato con la fuga del re e degli alti comandi
militari. I
cremonesi, preoccupati, attendono con ansia di vedere cosa potrà accadere il
giorno dopo. A
Cremona i pochi militari di stanza sono sparsi nelle varie caserme in attesa di
ordini che non verranno mai: aspettano di vedere come si comporteranno i
tedeschi che invece nella notte stessa si fanno notare per i notevoli movimenti
di carri armati e si predispongono per l’attacco che verrà sferrato la
mattina dopo. Da
qualche settimana i tedeschi, secondo un piano ben preciso, andavano ammassando
truppe fuori città ed i circa 600 uomini della Wehrmacht accampati al Migliaro
vengono rinforzati da reparti di S.S. Proprio
questi nella notte dall’8 al 9
settembre si impadroniscono della polveriera di Picenengo dove erano depositate
le munizioni, privando così i nostri militari di qualsiasi possibilità di
rifornimenti. Nelle prime ore del mattino iniziano notevoli movimenti di forze tedesche che, rinforzate da altre, proveniente da località vicine, stavano completando uno schieramento a ventaglio. Piazzale Libertà appare come l’interno di una piazzaforte. nel quadrato formato da autocarri e panzer Tiger vi erano cannoni puntati, cassoni aperti in cui luccicavano le granate, una massa grigia di soldati con i loro ufficiali col tozzo elmo piantato sul capo, la grinta dura, i Maschinenpistola imbracciati, le bombe a mano dai lunghi manici infilati nei cinturoni e persino nelle imboccature degli stivaloni. Molti
cittadini scendono in strada preoccupati ed ansiosi per quanto si sta
preparando. Alle 6
del mattino del giorno 9 i panzer tedeschi, seguendo un piano ben definito,
lanciano l’attacco arrivando simultaneamente da via Bissolati, da via
Massarotti, da Porta Milano e da Porta Po dirigendosi verso il centro della città
con l’obiettivo di occupare tutti gli edifici pubblici: la prima bomba sparata
da via Mantova cadrà a poca distanza dalla chiesa di S. Omobono, in un giardino
posto all’angolo di via Oscasali – via G. Grandi. Di
fronte all’ingresso della caserma Manfredini in via Bissolati era stato messo
a difesa un cannone. Un secondo fu piazzato all’estremità della porta
carraia, all’incrocio con la via Massarotti, puntato in direzione della sede
della Gioventù del Littorio dove erano appostati i tedeschi. La
caserma, attaccata su due fronti,
viene investita dal fuoco nemico. Il cannone situato in via Bissolati spara
centrando un carro armato danneggiandolo gravemente ma poi si blocca contro un
muro dalla parte opposta della caserma. Quando l’altra colonna dei panzer
inizia ad avanzare in via Massarotti, è accolta da cannonate anche se per
mancanza di proiettili perforanti si dovettero usare granate a pallotte graduate
a zero, ma la distanza era così breve e la successione dei tiri così rapida ed
efficace che 6 tra panzer e semoventi furono colpiti in pieno e messi fuori uso.
Uno fu completamente distrutto provocando perdite sanguinose, morti e feriti fra
i quali lo stesso comandante della colonna. Ma poi, avendo esaurito le
munizioni, verso le 11, gli assediati furono costretti alla resa. da
parte italiana si contarono una trentina di feriti e due morti, l’allievo
ufficiale Dante Cesaretti ed il sottotenente Mario Flores. Per il loro eroico comportamento vennero insigniti, il primo della medaglia d’argento ed il secondo della medaglia d’oro, la cui motivazione recita: “Durante
la resistenza opposta al tedesco invasore, si prodigò nella lotta fino al
supremo sacrificio. Postosi volontariamente al comando di un pezzo contro cui
particolarmente si accaniva la violenza del tiro di un semovente nemico che si
faceva sempre più preciso, ne incoraggiava i serventi con la parola e con
l’esempio. Caduto il caricatore del pezzo, rapidamente lo sostituiva di
persona continuando a rivolgere parole di incitamento e di fierezza ai serventi
superstiti, finché una granata nemica lo colpiva in pieno… Bell’esempio di
elevato spirito militare e di non comune ardimento – Cremona settembre
1943.” Nello
stesso tempo, non molto lontano, in Corso Vittorio Emanuele, davanti al palazzo
Ala Ponzone, una decina di artiglieri, con un vecchio pezzo di artiglieria
trascinato fin lì dalla Caserma Manfredini, tentano di opporsi a formazioni
S.S. e di Alpenjager che avanzano protette dai loro carri armati. Gli italiani
erano comandati dal tenente Vitali che ordina di rispondere al fuoco delle
mitraglie che sparavano al riparo delle colonne del teatro Ponchielli. Ferito,
agli assalitori che avanzano grida “Avete ammazzato mio padre, ammazzerete
anche me, ma cercherò di vendicare la sua memoria. Viene abbattuto da una
raffica di mitraglia, i suoi soldati lo trascinano in via Ala Ponzone dove il
corpo del valoroso ufficiale rimarrà abbandonato fino al giorno dopo. Sarà
ricordato anch’egli con la medaglia d’argento. Contemporaneamente
i tedeschi sferrano un duro attacco alla caserma Col di lana che viene
bombardata prima con i mortai e poi attaccata dai Panzer Grenadier della
Divisione Adolf Hitler delle S.S. Bersaglieri,
fanti ed un centinaio di avieri, a cui si affiancano i giovanissimi allievi (dai
14 ai 16 anni) trasferiti a Cremona dal collegio militare di Milano in alta
uniforme (cheppì rigido e guanti bianchi) si batterono con estremo coraggio.
Dopo eroica resistenza, senza più munizioni, con nove morti e numerosi feriti
sul terreno, isolati da tutti, saranno anch’essi costretti ad una dolorosa
resa. Raggruppate
le forze, i tedeschi, determinati ad eliminare ogni resistenza, concentrano i
loro attacchi contro la caserma Paolini (posta all’angolo tra via Palestro e
via Trento Trieste) dove i bersaglieri resistevano ancora agli attacchi sferrati
contro di loro fin dal mattino presto. Verso
le 13.30 un gruppo di S.S. arrivato di rinforzo, riusciva ad occupare la caserma
S. Lucia tenacemente difesa fino a quel momento da una ventina di carabinieri e,
verso le 14, dopo che un carro armato aveva sfondato la porta carraia in via
Trento Trieste, le S.S. dalla testa di morto riuscivano ad avere ragione delle
tre compagnie (in gran parte reclute) del 9° Reggimento Bersaglieri, che si
erano coraggiosamente battuti armati solo di vecchie mitragliatrici Breda che
venivano usate per l’addestramento delle reclute; non poterono usare i
cannoncini anticarro perché le munizioni erano alla polveriera. Non va
dimenticato che il 9° Reggimento Bersaglieri aveva eroicamente combattuto ad El
Alamein dove era stato praticamente annientato. Verso
le 15 altre S.S., decise a por fine alla resistenza della città, occupano le
caserme Sagramoso e San Martino entrando da via Chiara Novella. Viene
subito ucciso il capitano Barbagallo del genio pontieri che tentava di opporsi
ai tedeschi (anche a lui verrà poi conferita la medaglia d’argento) mentre i
circa 300 genieri tenuti chiusi in caserma vengono fatti prigionieri. Circa
altrettanti fortunatamente avevano potuto salvarsi saltando dalle finestre prima
dell’arrivo dei tedeschi. Tutte
queste azioni si svolgevano da parte italiana senza un collegamento unitario, le
comunicazioni telefoniche erano interrotte, ai civili che chiedevano armi ed
offrivano collaborazione veniva opposto un rifiuto da parte dei comandanti. Mentre
avveniva tutto questo, a Milano ed in altre città vicine tutto era calmo, tutto
era già tranquillamente passato sotto il comando tedesco, senza nessuna
resistenza da parte italiana. Ed
allora ecco che rifulgono con maggiore intensità i singoli episodi. Cito
il bersagliere Armando de Soghe che al Foro Boario, tentando con grande coraggio
di attraversare lo schieramento nemico, uccide 4 tedeschi prima di cadere a sua
volta sotto il piombo nemico. Dall’altra
parte della città una decina di carabinieri e soldati erano di guardia al ponte
sul Po; all’avvicinarsi di due Panzer un fante scarica loro addosso tutto il
caricatore; a sua volte colpito da una raffica di mitraglia cade e viene poi
schiacciato da un cingolato e buttato nel Po. Dell’eroico soldato non si saprà
mai il nome. E come
non ricordare con intensa commozione il bersagliere motociclista Erminio Buosi
di 19 anni che al Migliaro, vicino alle scuole, incontra un gruppo di S.S. è
solo, potrebbe arrendersi, tentare di fuggire o nascondersi, nessuno gli
da ordini. Si ferma, si butta giù dal ciglio della strada e spara sui tedeschi
uccidendone quattro e ferendone due prima di venire colpito a morte. Da
allora per due anni chi passava per la via Bergamo poteva vedere di fronte alle
scuole del Migliaro, accanto alla tomba dei quattro tedeschi, anche quella
dell’eroico bersagliere segnata da una piccola croce. Verrà
anch’egli decorato di medaglia d’argento. è dal comportamento di questi militari che emerge
quello spirito di rivolta contro i tedeschi che stava riaffiorando nell’animo
popolare, ed il senso di solidarietà verso i soldati che resistevano. Da
parte dei cittadini cremonesi vi fu una ammirevole gara di fraterna solidarietà
verso i soldati, accogliendoli nelle case e nascondendoli e offrendo vestiti
borghesi (e ve n’erano ben pochi) perché potessero sfuggire ai rastrellamenti
tedeschi. Molte donne, evitando posti di blocco anche a rischio di grande
pericolo, riuscivano a fare avere abiti civili ai soldati. Proprio in uno di
questi tentativi la crocerossina Elda Sacchi di 20 anni veniva falciata da una
raffica di mitraglia tedesca in corso Vittorio Emanuele e dopo straziante agonia
cessava di vivere poche ore dopo. Ma non
possiamo non riandare anche col pensiero a tutti i militari che nei giorni
seguenti furono fatti sfilare, tra la commozione e la rabbia dei cremonesi,
nelle vie della città per essere trasferiti, rinchiusi nei carri bestiame (60
uomini per carro) al centro di raccolta di Mantova e da lì proseguire poi in
campi di prigionia in Germania e in Polonia e non ricordare il rischio dei
ferrovieri che rallentavano i treni per permettere a qualche prigioniero di
saltare giù dai carri bestiame scoperti. Nel
primo pomeriggio, verso le ore 16 del 9 settembre cessano i combattimenti: i
tedeschi possono darsi al saccheggio di quei pochi negozi che ancora hanno
qualche provvista. Circa
1800 militari italiani, per lo più anziani, addetti ai servizi sedentari o
reclute in fase di addestramento, armati di fucili mod. 91, con una ventina di
mitragliatrici Breda vecchio modello e 6 cannoni anticarro hanno sfidato i
3-4000 tedeschi di cui facevano parte - 600
militari della Wehrmacht armati di cannoni e autoblindo - il
gruppo comando artiglieria contraerea - gli
Alpenjager - le
colonne corazzate delle S.S. Panzer Grenadier Divisione Adolf Hitler che da poco
era stata fatta giungere dal fronte orientale. Sul
terreno sono rimasti: - 29
morti italiani (17 militari e 12 civili) e 40 feriti -
sicuramente una ventina di tedeschi morti e altrettati feriti. Ai
nostri soldati verranno conferite: - 3
medaglie di bronzo - 4
medaglie d’argento - 1
medaglia d’oro. Terminava
così la gloriosa battaglia di Cremona, che ad un tempo riassume in se il valore
del soldato italiano, quando crede nella causa per cui combatte, ed il
contributo appassionato e generoso della popolazione cremonese nella lotta
contro lo straniero invasore. A
distanza di tanti anni possiamo riconoscere che nel dopoguerra non è stato
sufficientemente riconosciuto il contributo dato dagli italiani in grigio verde
nella lotta contro i tedeschi e da quelle migliaia di soldati che preferirono la
dura prigionia piuttosto che tornare in Italia al servizio della repubblica
sociale. Molti
ritengono che l’8 settembre 43 abbia rappresentato il crollo dello Stato e
l’inizio di una divisione fra gli italiani non ancora superata e pertanto,
come accade per le sconfitte e le cose spiacevoli preferiscono dimenticare. Questa
per me, e per tutti quelli che hanno lottato contro la dittatura e per la libertà
è una interpretazione che non possiamo condividere perché se è vero che l’8
settembre lo stato si è sfasciato ciò è servito soltanto a mostrare agli
italiani ed al mondo intero l’inconsistenza, il vuoto che si nascondeva dietro
la roboanti dichiarazioni di Mussolini e dei suoi gerarchi, che solo con la
violenza e la sopraffazione avevano,
in combutta con la imbelle monarchia, governato l’Italia per 20 anni. Ma è
proprio di fronte allo sgretolamento dello Stato monarchico-fascista e al
fallimento della classe politica e militare di allora che assumono ancora
maggior rilevanza i numerosi atti di sacrificio e di eroismo da parte di soldati
ed ufficiali che spontaneamente hanno resistito contro soverchianti forze
tedesche a Cremona e in altre parti d’Italia e l’affetto dei comuni
cittadini che intendevano scrollarsi di dosso la vergogna di 20anni di fascismo. Ed è
proprio per questi comportamenti, per questa nuova presa di coscienza che
possiamo affermare che con l’8 settembre del 43 risorge la nuova Italia che
vuole vivere libera – partecipando ad una lotta di popolo come mai era
avvenuto in passato, in quella stagione eroica e dolorosa che è stata la
Resistenza. Ed è
proprio per quei sentimenti di fraternità, di generosità che abbiamo visto
emergere dal cuore degli uomini e delle donne davanti a quei tragici fatti –
del cui ricordo noi cremonesi possiamo andare orgogliosi – che io spero oggi
come allora che possa sempre continuare per la nuova Italia il tempo della
libertà e della solidarietà. |