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Anche a nome dell’ANPI
provinciale e del suo Presidente Coppetti vi ringrazio molto per l’invito. Mio
compito è quello di sottolineare il rapporto tra Costituzione e Resistenza.
Sono ben note le vicende che portano, dopo il 25 luglio e l’otto settembre
1943, all’affermarsi della Resistenza come movimento che via via si amplia
mentre le componenti politiche del CLN decidono insieme di concentrare ogni
sforzo nella guerra di liberazione nazionale…Il 25 giugno del 1944 un decreto
del governo Bonomi, frutto dell’accordo tra PdA, socialisti, comunisti,
liberali, DC e Democrazia del Lavoro, stabilisce che “dopo la liberazione del
territorio nazionale le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano
che a tal fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto una assemblea
costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato”.
Non è dunque quello tra il luglio ’43 e l’aprile ‘45 il momento in cui si
privilegia la discussione e si entra nel merito di quelli che saranno i
contenuti della Costituzione e la futura forma dello Stato. Scrive Aldo Garosci
che sarebbe una forzatura “vedere prefigurata nella Resistenza la futura
società italiana”. Si conviene che sarebbe azzardato affermare che nei
combattenti della libertà fosse già chiaro e delineato un disegno politico
normativo dell’Italia una volta liberata.
Ma questa tematica è tuttavia ben presente e dai documenti – memorialistica,
verbali, materiali di divulgazione, atti del CLN – emergono con solare
evidenza quelle che possiamo chiamare le essenziali linee guida per la
formazione dello Stato democratico.
In questo senso nella Resistenza si ritrova la premessa naturale della
Costituzione democratica: essa ha anticipato i fondamentali valori su cui
successivamente è stato elaborato e concordato il testo.
Del resto non si deve dimenticare il contributo di coloro che resistettero nel
periodo 1919 – ’22, di coloro che durante il regime continuarono ad opporsi
in vari modi, pagando prezzi spesso altissimi, compresa la vita. Vi sono fra
essi grandi italiani le cui idee rivivranno anche nella Costituzione: ricordiamo
Giacomo Matteotti, Antonio Gramsci, Don Minzoni, Carlo e Nello Rosselli, Piero
Gobetti…
Se l’antifascismo durante il
regime è stato un fenomeno ristretto, la Resistenza diviene fatto popolare e di
massa. E’ giusto studiarne i limiti, capirne le motivazioni di diverso genere
(spesso molto legate alla contingenza, come la leva militare e quant’altro),
indagare sulla “zona grigia” degli indifferenti. E’ anche ovvio che non è
facile indagare sulle dimensioni della Resistenza dato che non tutti i
resistenti furono combattenti, vi si affiancarono ampie forme di sostegno più o
meno attivo e diretto, comunque spesso ad altissimo rischio.
Ma è assurdo voler negare che la Resistenza mise radice nel popolo e solo per
questo poté operare, che acquisì carattere popolare e di massa, diffuso in
tutti gli strati sociali. I nazisti valutarono come ostile e resistente
l’ambiente di amplissime aree, il norditalia nel suo complesso, ed operarono
con stragi indiscriminate… Il numero delle vittime che possono essere
collegabili alla Resistenza, tra partigiani e civili è stato valutato attorno a
100.000, per cui non si può certo parlare di ristrette élites!
Proprio l’elevato prezzo di
sangue che è stato pagato testimonia che la Resistenza è stata diretta
partecipazione degli italiani alla liberazione del loro Paese. Senza nulla
togliere all’essenziale ruolo degli eserciti alleati nella sconfitta del
nazifascismo va valutata in tutta la sua portata la azione dei resistenti, dei
partigiani, dei militari italiani che si batterono contro i tedeschi ed i
repubblichini.
Sul piano militare anche qualche generale tedesco ha sottolineato che molte
forze erano state distolte dal diretto fronteggiamento delle armate alleate per
la minaccia, il mordi e fuggi, il sabotaggio dei partigiani. Del resto
l’autonomo liberarsi di città e zone ha risparmiato molte azioni aeree o di
artiglieria americane o inglesi, molti disastrosi combattimenti tra eserciti tra
le nostre case, nei nostri campi oltre quelli che purtroppo ci sono stati.
Sul piano politico la Resistenza ci restituì dignità di nazione e portò una
ventata di idee innovative e democratiche nell’aria irrespirabile imposta dal
fascismo per vent’anni. Fu lievito ed elemento trascinante della grande
maggioranza del popolo in questo senso. Metterei tra i fatti caratteristici ai
fini dello sbocco costituzionale successivo i grandi scioperi operai del 1943 e
1944 ed il crearsi di un ruolo peculiare dei lavoratori nella società italiana.
Lo dico non per sovrapporre la lotta e il ruolo della classe operaia alla
Resistenza, ma per sottolinearne il contributo specifico e di massa: una novità
nella storia della costruzione dell’Italia, un elemento che caratterizzerà la
futura Repubblica.
Si può pensare, con una similitudine un po’ banale ma vera, alla Costituzione
come ad un edificio ed ai valori che caratterizzarono la Resistenza come alle
relative fondamenta. Un valore come l’impegno sino al sacrificio per la libertà
e l’indipendenza, per farla finita con la guerra e con le guerre; un valore
quale il personale contributo di ciascuno alla società (grande la lezione della
famiglia Cervi su questo piano); l’eguaglianza e la solidarietà non nella
retorica ma nel vissuto di quei mesi terribili; la pulizia morale, la ripulsa
verso ogni forma di razzismo… Riccardo Lombardi ha scritto che “la
Resistenza assolse un compito enorme creando le basi della democrazia,
permettendo a milioni di uomini e di donne che erano stati indottrinati dal
fascismo di assumere le loro responsabilità e di partecipare alla vera vita del
loro Paese…e la partecipazione popolare attiva o passiva, diretta o indiretta,
è la democrazia.”
Anche se si è verificato qualche volta in modo lucido e consapevole, molte
altre a livello di sentimenti, di semplici intuizioni, tutto ciò ha costituito
tessuto comune della Resistenza tenendone insieme le diverse componenti
nonostante le diversità anche fortissime. Diversità che venivano messe in
secondo piano rispetto alla finalità principale ma che c’erano e portavano a
confronto di idee e di proposte, a dialogo e mediazioni come pratica per trovare
di volta in volta soluzioni che andassero bene a tutti nelle varie situazioni:
anche questo è qualcosa di prezioso che troveremo negli anni successivi e che
permetterà alla nostra democrazia di non essere travolta anche di fronte a
periodi e fatti tremendi.
In qualche caso si produssero sperimentazioni istituzionali, pur in quelle
condizioni davvero di ferro e di fuoco: quelle che furono poi chiamate
“Repubbliche partigiane”. Ristrette zone temporaneamente liberate dove si
fecero le prime preziose esperienze di amministrazione democratica fondata sulla
partecipazione. In piena guerra si cercò di esercitare un apprendistato
all’autogoverno, alla libertà e alla democrazia. Il giornale del CVL della
Val d’Ossola scrisse: “le zone libere devono essere modelli dello Stato
italiano democratico… testimoniare ad ognuno che è possibile vivere
liberi”. Era il 15 ottobre 1944, per questi scopi si rischiava e si perdeva
anche la vita.
Tutto ciò non finisce come un fuoco di paglia col 25 aprile 1945. Le cose
cambiano con rapidità dopo la Liberazione, il rapporto tra componenti della
Resistenza che non era mai stato un idillio diventa conflittuale su divergenze
di grande spessore. Proprio per questo apprezziamo appieno come la
collaborazione su comuni finalità sia proseguita ancora positivamente per un
periodo decisivo per il futuro del nostro popolo. Le forze del CLN non gettarono
al vento lo spirito che le aveva portate a fronteggiare insieme un nemico
strapotente e spietato. Su questa base, pur lavorando ognuno per le proprie idee
e finalità politiche e sociali, esse agirono in modo che il popolo potesse fare
le proprie scelte: quella tra Repubblica o Monarchia, quella della composizione
della Assemblea costituente. Così per volontà del popolo si voltò pagina e
non fu certo lo “Statuto Albertino” a costituire il punto di partenza nel
lavoro dei costituenti. Ben altro spirito ispirò i costituenti nel loro lavoro,
che fu davvero di grande spessore, di elevata cultura istituzionale e
costruttiva determinazione politica.
Molti costituenti erano gli stessi protagonisti dell’antifascismo e della
Resistenza, essi avevano vissuto fianco a fianco esperienze anche umane
profonde: questo aiutò a fondere validamente elementi e princìpi di diverse
ideologie: il liberalismo, la democrazia, il socialismo, il cristianesimo
sociale. Venne creato un testo certamente composito, ma non un agglomerato
eterogeneo, il dettato è coeso e coerente. Lasciatemi fare un po’ di retorica
in senso buono: il fuoco della Resistenza ha forgiato una ottima lega con
diversi metalli. Lì ci sono le regole che hanno permesso all’Italia di
percorrere molto cammino, a tutti di battersi per le proprie idee nella libertà.
Lì ci sono i princìpi derivanti dalle pur diverse ideologie che insieme hanno
dato vita alla Resistenza. Nella parte della Costituzione che, in 12 articoli,
è dedicata appunto ai “Principi fondamentali” ecco il principio della
democrazia, che si fonda sul lavoro, quindi gli inviolabili diritti di libertà
dell’individuo ed i doveri, il principio di eguaglianza – formale e
sostanziale. L’unità della Repubblica connessa ad un ampio sistema di
autonomie. La laicità dello Stato e la libertà religiosa. Il ripudio della
guerra e rapporti internazionali basati sulla collaborazione tra i popoli.
Sappiamo bene che il passaggio dai princìpi alla realtà è stato ed è tutt’altro
che facile: ma non siamo di fronte a cose rimaste semplicemente sulla carta.
Tutt’altro, molte cose sono state conquistate (e magari sono di nuovo messe in
pericolo), per altre bisogna continuare a battersi e la Costituzione è
condizione positiva proprio a questo fine.
Anche a livello internazionale illustri personalità giudicano la nostra come
una bellissima Costituzione, noi siamo convinti che essa sia tuttora una vitale
risorsa per il Paese.
Leggiamo sui giornali di oggi che che coloro che ci governano intendono dare
riconoscimento agli ex repubblichini e nel contempo negano pochi euro per le
celebrazioni del 60° della Liberazione: la cosa si inserisce in una linea che
va ben oltre la destra classica.
Preoccupano gli attacchi che vengono portati da una parte alla Resistenza e
dall’altra alla Costituzione: sono due facce della stessa medaglia. Si cerca
di sminuire la portata della Resistenza quando non di svilirla descrivendola
come fenomeno marginale, non influente sulla liberazione del Paese, veicolo
degli interessi di Stalin. Si parla dei partigiani come di persone dominate da
odio, risentimento e volontà di vendetta: è un ciarpame che abbiamo purtroppo
sentito crescere in questi anni. Qui voglio essere chiaro: non siamo per una
lettura della Resistenza agiografica e retorica, che neghi i fatti negativi che
come in tutte le vicende umane possono esservi stati, che rifiuti gli
approfondimenti, le revisioni motivate e documentate che la ricerca storica deve
portare avanti. Rispettiamo, magari confutandole nel merito, le interpretazioni
e le ricostruzioni di uno storico come De Felice o di un divulgatore come Pansa,
tanto per fare due esempi. Quello che respingiamo e invitiamo a respingere sono
gli svilimenti strumentali e volgari, gli stravolgimenti di pagine essenziali
della nostra storia. Non posso in questa sede addentrarmi nel tema come esso
richiederebbe.
Dico solo che il fascismo è stato tutt’altro che una blanda e bonaria
dittatura, che la Resistenza, pur contenendo elementi ovvi di “guerra
civile” nel senso che vi furono italiani contro italiani, non tollera di
essere appiattita su questa definizione. Ridurla a guerra civile è altamente
mistificante e delegittima tutto ciò che dalla Resistenza è derivato, compresa
la Costituzione.
La Resistenza è stata guerra di liberazione dallo straniero e dalla dittatura,
non hanno vinto le idee e gli interessi di una fazione contro quelli di
un’altra: è stata la vittoria di tutto un popolo, del suo diritto ad essere
libero, una vittoria del diritto in quanto tale contro la sopraffazione, di una
cultura umanitaria su folli e perverse finalità di oppressione e di sterminio
da parte di una razza sedicente superiore su altre.
Così respingiamo le pelose interpretazioni della Costituzione come compromesso
in cui si sarebbe concesso troppo ai comunisti, si sarebbero incluse clausole
sovietiche, per cui oggi avremmo un testo ormai obsoleto ed inadatto a gestire
la cosiddetta modernità. Sappiamo cosa si nasconde dietro tutto ciò.
In effetti la nostra Costituzione è un ostacolo contro le tentazioni di
risolvere la corruzione che dà scandalo nascondendola ed addomesticando la
giustizia, è un ostacolo a cercare di risolvere le difficoltà dell’economia
mettendo in discussione i diritti del lavoro e sociali, è un ostacolo per le
demagogiche scorciatoie e le false risposte alle paure della gente su temi come
l’immigrazione, o su quelli tremendi del terrorismo e della criminalità.
Contrasta con i rovinosi possibilismi relativi all’uso delle armi,
all’intraprendere sentieri di guerra senza sbocchi. Così come dà fastidio
quando si vogliono fare, senza tanti problemi, leggi ad hoc per i comodi di
qualche potente.
L’impressione è che si cerchi di sbiadire la forza e l’autorevolezza morale
della Resistenza come sorgente della Costituzione per intaccare questa con più
facilità. Comunque sia constatiamo che con forme sorprendentemente disinvolte,
sciatte e superficiali si stanno portando avanti modifiche costituzionali tali
da allarmare fortemente. Non sottovalutiamole: esse contengono gravi rischi per
l’unità del Paese, per le regole democratiche quindi per importanti diritti
dei cittadini. Poteri esorbitanti attribuiti al capo del governo portano a
scardinare quelle prerogative del Parlamento che stanno alla base di una
democrazia. Da qui può discendere di tutto, a partire dalla messa in
discussione della indipendenza della magistratura e quindi del principio base
della uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Sotto altro aspetto le forzature definite come devolution possono portare
a sostanziali iniquità ed a mettere l’una contro l’altra diverse parti
della nazione. Tutto ciò è tanto più inquietante in presenza di una inaudita
concentrazione del potere di informazione che può assoggettare i cittadini a
scelte politiche basate su invasive e ben architettate campagne dei mezzi di
informazione di massa.
E’ giusto che la Costituzione veda evolvere questo o quel meccanismo
istituzionale laddove lo richieda la nuova realtà sociale, economica,
culturale…Temi come la stabilità dell’esecutivo, un avanzamento di forme
federaliste, le grandi novità relative all’Unione europea, le questioni
dell’ambiente e così via, possono richiedere modifiche: lo si è anche fatto
col nuovo Titolo V, come è noto. Bisogna farlo, però, senza ferire, senza
ledere, senza stravolgere i principi della stessa Costituzione.
Con un grande impegno democratico questi pericoli vanno respinti, e tanto più
lo si potrà fare se tra i cittadini sarà viva ed apprezzata la memoria storica
della Resistenza.
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