Convegno Camera del Lavoro di Cremona sulla Costituzione.

20 maggio 2004
Intervento di Giuseppe Azzoni a nome dell’ANPI

Anche a nome dell’ANPI provinciale e del suo Presidente Coppetti vi ringrazio molto per l’invito. Mio compito è quello di sottolineare il rapporto tra Costituzione e Resistenza.
Sono ben note le vicende che portano, dopo il 25 luglio e l’otto settembre 1943, all’affermarsi della Resistenza come movimento che via via si amplia mentre le componenti politiche del CLN decidono insieme di concentrare ogni sforzo nella guerra di liberazione nazionale…Il 25 giugno del 1944 un decreto del governo Bonomi, frutto dell’accordo tra PdA, socialisti, comunisti, liberali, DC e Democrazia del Lavoro, stabilisce che “dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto una assemblea costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato”.
Non è dunque quello tra il luglio ’43 e l’aprile ‘45 il momento in cui si privilegia la discussione e si entra nel merito di quelli che saranno i contenuti della Costituzione e la futura forma dello Stato. Scrive Aldo Garosci che sarebbe una forzatura “vedere prefigurata nella Resistenza la futura società italiana”. Si conviene che sarebbe azzardato affermare che nei combattenti della libertà fosse già chiaro e delineato un disegno politico normativo dell’Italia una volta liberata.
Ma questa tematica è tuttavia ben presente e dai documenti – memorialistica, verbali, materiali di divulgazione, atti del CLN – emergono con solare evidenza quelle che possiamo chiamare le essenziali linee guida per la formazione dello Stato democratico.
In questo senso nella Resistenza si ritrova la premessa naturale della Costituzione democratica: essa ha anticipato i fondamentali valori su cui successivamente è stato elaborato e concordato il testo.
Del resto non si deve dimenticare il contributo di coloro che resistettero nel periodo 1919 – ’22, di coloro che durante il regime continuarono ad opporsi in vari modi, pagando prezzi spesso altissimi, compresa la vita. Vi sono fra essi grandi italiani le cui idee rivivranno anche nella Costituzione: ricordiamo Giacomo Matteotti, Antonio Gramsci, Don Minzoni, Carlo e Nello Rosselli, Piero Gobetti…

Se l’antifascismo durante il regime è stato un fenomeno ristretto, la Resistenza diviene fatto popolare e di massa. E’ giusto studiarne i limiti, capirne le motivazioni di diverso genere (spesso molto legate alla contingenza, come la leva militare e quant’altro), indagare sulla “zona grigia” degli indifferenti. E’ anche ovvio che non è facile indagare sulle dimensioni della Resistenza dato che non tutti i resistenti furono combattenti, vi si affiancarono ampie forme di sostegno più o meno attivo e diretto, comunque spesso ad altissimo rischio.
Ma è assurdo voler negare che la Resistenza mise radice nel popolo e solo per questo poté operare, che acquisì carattere popolare e di massa, diffuso in tutti gli strati sociali. I nazisti valutarono come ostile e resistente l’ambiente di amplissime aree, il norditalia nel suo complesso, ed operarono con stragi indiscriminate… Il numero delle vittime che possono essere collegabili alla Resistenza, tra partigiani e civili è stato valutato attorno a 100.000, per cui non si può certo parlare di ristrette élites!

Proprio l’elevato prezzo di sangue che è stato pagato testimonia che la Resistenza è stata diretta partecipazione degli italiani alla liberazione del loro Paese. Senza nulla togliere all’essenziale ruolo degli eserciti alleati nella sconfitta del nazifascismo va valutata in tutta la sua portata la azione dei resistenti, dei partigiani, dei militari italiani che si batterono contro i tedeschi ed i repubblichini.
Sul piano militare anche qualche generale tedesco ha sottolineato che molte forze erano state distolte dal diretto fronteggiamento delle armate alleate per la minaccia, il mordi e fuggi, il sabotaggio dei partigiani. Del resto l’autonomo liberarsi di città e zone ha risparmiato molte azioni aeree o di artiglieria americane o inglesi, molti disastrosi combattimenti tra eserciti tra le nostre case, nei nostri campi oltre quelli che purtroppo ci sono stati.
Sul piano politico la Resistenza ci restituì dignità di nazione e portò una ventata di idee innovative e democratiche nell’aria irrespirabile imposta dal fascismo per vent’anni. Fu lievito ed elemento trascinante della grande maggioranza del popolo in questo senso. Metterei tra i fatti caratteristici ai fini dello sbocco costituzionale successivo i grandi scioperi operai del 1943 e 1944 ed il crearsi di un ruolo peculiare dei lavoratori nella società italiana. Lo dico non per sovrapporre la lotta e il ruolo della classe operaia alla Resistenza, ma per sottolinearne il contributo specifico e di massa: una novità nella storia della costruzione dell’Italia, un elemento che caratterizzerà la futura Repubblica.

Si può pensare, con una similitudine un po’ banale ma vera, alla Costituzione come ad un edificio ed ai valori che caratterizzarono la Resistenza come alle relative fondamenta. Un valore come l’impegno sino al sacrificio per la libertà e l’indipendenza, per farla finita con la guerra e con le guerre; un valore quale il personale contributo di ciascuno alla società (grande la lezione della famiglia Cervi su questo piano); l’eguaglianza e la solidarietà non nella retorica ma nel vissuto di quei mesi terribili; la pulizia morale, la ripulsa verso ogni forma di razzismo… Riccardo Lombardi ha scritto che “la Resistenza assolse un compito enorme creando le basi della democrazia, permettendo a milioni di uomini e di donne che erano stati indottrinati dal fascismo di assumere le loro responsabilità e di partecipare alla vera vita del loro Paese…e la partecipazione popolare attiva o passiva, diretta o indiretta, è la democrazia.”
Anche se si è verificato qualche volta in modo lucido e consapevole, molte altre a livello di sentimenti, di semplici intuizioni, tutto ciò ha costituito tessuto comune della Resistenza tenendone insieme le diverse componenti nonostante le diversità anche fortissime. Diversità che venivano messe in secondo piano rispetto alla finalità principale ma che c’erano e portavano a confronto di idee e di proposte, a dialogo e mediazioni come pratica per trovare di volta in volta soluzioni che andassero bene a tutti nelle varie situazioni: anche questo è qualcosa di prezioso che troveremo negli anni successivi e che permetterà alla nostra democrazia di non essere travolta anche di fronte a periodi e fatti tremendi.
In qualche caso si produssero sperimentazioni istituzionali, pur in quelle condizioni davvero di ferro e di fuoco: quelle che furono poi chiamate “Repubbliche partigiane”. Ristrette zone temporaneamente liberate dove si fecero le prime preziose esperienze di amministrazione democratica fondata sulla partecipazione. In piena guerra si cercò di esercitare un apprendistato all’autogoverno, alla libertà e alla democrazia. Il giornale del CVL della Val d’Ossola scrisse: “le zone libere devono essere modelli dello Stato italiano democratico… testimoniare ad ognuno che è possibile vivere liberi”. Era il 15 ottobre 1944, per questi scopi si rischiava e si perdeva anche la vita.

Tutto ciò non finisce come un fuoco di paglia col 25 aprile 1945. Le cose cambiano con rapidità dopo la Liberazione, il rapporto tra componenti della Resistenza che non era mai stato un idillio diventa conflittuale su divergenze di grande spessore. Proprio per questo apprezziamo appieno come la collaborazione su comuni finalità sia proseguita ancora positivamente per un periodo decisivo per il futuro del nostro popolo. Le forze del CLN non gettarono al vento lo spirito che le aveva portate a fronteggiare insieme un nemico strapotente e spietato. Su questa base, pur lavorando ognuno per le proprie idee e finalità politiche e sociali, esse agirono in modo che il popolo potesse fare le proprie scelte: quella tra Repubblica o Monarchia, quella della composizione della Assemblea costituente. Così per volontà del popolo si voltò pagina e non fu certo lo “Statuto Albertino” a costituire il punto di partenza nel lavoro dei costituenti. Ben altro spirito ispirò i costituenti nel loro lavoro, che fu davvero di grande spessore, di elevata cultura istituzionale e costruttiva determinazione politica.
Molti costituenti erano gli stessi protagonisti dell’antifascismo e della Resistenza, essi avevano vissuto fianco a fianco esperienze anche umane profonde: questo aiutò a fondere validamente elementi e princìpi di diverse ideologie: il liberalismo, la democrazia, il socialismo, il cristianesimo sociale. Venne creato un testo certamente composito, ma non un agglomerato eterogeneo, il dettato è coeso e coerente. Lasciatemi fare un po’ di retorica in senso buono: il fuoco della Resistenza ha forgiato una ottima lega con diversi metalli. Lì ci sono le regole che hanno permesso all’Italia di percorrere molto cammino, a tutti di battersi per le proprie idee nella libertà. Lì ci sono i princìpi derivanti dalle pur diverse ideologie che insieme hanno dato vita alla Resistenza. Nella parte della Costituzione che, in 12 articoli, è dedicata appunto ai “Principi fondamentali” ecco il principio della democrazia, che si fonda sul lavoro, quindi gli inviolabili diritti di libertà dell’individuo ed i doveri, il principio di eguaglianza – formale e sostanziale. L’unità della Repubblica connessa ad un ampio sistema di autonomie. La laicità dello Stato e la libertà religiosa. Il ripudio della guerra e rapporti internazionali basati sulla collaborazione tra i popoli. Sappiamo bene che il passaggio dai princìpi alla realtà è stato ed è tutt’altro che facile: ma non siamo di fronte a cose rimaste semplicemente sulla carta. Tutt’altro, molte cose sono state conquistate (e magari sono di nuovo messe in pericolo), per altre bisogna continuare a battersi e la Costituzione è condizione positiva proprio a questo fine.
Anche a livello internazionale illustri personalità giudicano la nostra come una bellissima Costituzione, noi siamo convinti che essa sia tuttora una vitale risorsa per il Paese.

Leggiamo sui giornali di oggi che che coloro che ci governano intendono dare riconoscimento agli ex repubblichini e nel contempo negano pochi euro per le celebrazioni del 60° della Liberazione: la cosa si inserisce in una linea che va ben oltre la destra classica.
Preoccupano gli attacchi che vengono portati da una parte alla Resistenza e dall’altra alla Costituzione: sono due facce della stessa medaglia. Si cerca di sminuire la portata della Resistenza quando non di svilirla descrivendola come fenomeno marginale, non influente sulla liberazione del Paese, veicolo degli interessi di Stalin. Si parla dei partigiani come di persone dominate da odio, risentimento e volontà di vendetta: è un ciarpame che abbiamo purtroppo sentito crescere in questi anni. Qui voglio essere chiaro: non siamo per una lettura della Resistenza agiografica e retorica, che neghi i fatti negativi che come in tutte le vicende umane possono esservi stati, che rifiuti gli approfondimenti, le revisioni motivate e documentate che la ricerca storica deve portare avanti. Rispettiamo, magari confutandole nel merito, le interpretazioni e le ricostruzioni di uno storico come De Felice o di un divulgatore come Pansa, tanto per fare due esempi. Quello che respingiamo e invitiamo a respingere sono gli svilimenti strumentali e volgari, gli stravolgimenti di pagine essenziali della nostra storia. Non posso in questa sede addentrarmi nel tema come esso richiederebbe.
Dico solo che il fascismo è stato tutt’altro che una blanda e bonaria dittatura, che la Resistenza, pur contenendo elementi ovvi di “guerra civile” nel senso che vi furono italiani contro italiani, non tollera di essere appiattita su questa definizione. Ridurla a guerra civile è altamente mistificante e delegittima tutto ciò che dalla Resistenza è derivato, compresa la Costituzione.
La Resistenza è stata guerra di liberazione dallo straniero e dalla dittatura, non hanno vinto le idee e gli interessi di una fazione contro quelli di un’altra: è stata la vittoria di tutto un popolo, del suo diritto ad essere libero, una vittoria del diritto in quanto tale contro la sopraffazione, di una cultura umanitaria su folli e perverse finalità di oppressione e di sterminio da parte di una razza sedicente superiore su altre.
Così respingiamo le pelose interpretazioni della Costituzione come compromesso in cui si sarebbe concesso troppo ai comunisti, si sarebbero incluse clausole sovietiche, per cui oggi avremmo un testo ormai obsoleto ed inadatto a gestire la cosiddetta modernità. Sappiamo cosa si nasconde dietro tutto ciò.

In effetti la nostra Costituzione è un ostacolo contro le tentazioni di risolvere la corruzione che dà scandalo nascondendola ed addomesticando la giustizia, è un ostacolo a cercare di risolvere le difficoltà dell’economia mettendo in discussione i diritti del lavoro e sociali, è un ostacolo per le demagogiche scorciatoie e le false risposte alle paure della gente su temi come l’immigrazione, o su quelli tremendi del terrorismo e della criminalità. Contrasta con i rovinosi possibilismi relativi all’uso delle armi, all’intraprendere sentieri di guerra senza sbocchi. Così come dà fastidio quando si vogliono fare, senza tanti problemi, leggi ad hoc per i comodi di qualche potente.
L’impressione è che si cerchi di sbiadire la forza e l’autorevolezza morale della Resistenza come sorgente della Costituzione per intaccare questa con più facilità. Comunque sia constatiamo che con forme sorprendentemente disinvolte, sciatte e superficiali si stanno portando avanti modifiche costituzionali tali da allarmare fortemente. Non sottovalutiamole: esse contengono gravi rischi per l’unità del Paese, per le regole democratiche quindi per importanti diritti dei cittadini. Poteri esorbitanti attribuiti al capo del governo portano a scardinare quelle prerogative del Parlamento che stanno alla base di una democrazia. Da qui può discendere di tutto, a partire dalla messa in discussione della indipendenza della magistratura e quindi del principio base della uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Sotto altro aspetto le forzature definite come devolution possono portare a sostanziali iniquità ed a mettere l’una contro l’altra diverse parti della nazione. Tutto ciò è tanto più inquietante in presenza di una inaudita concentrazione del potere di informazione che può assoggettare i cittadini a scelte politiche basate su invasive e ben architettate campagne dei mezzi di informazione di massa.
E’ giusto che la Costituzione veda evolvere questo o quel meccanismo istituzionale laddove lo richieda la nuova realtà sociale, economica, culturale…Temi come la stabilità dell’esecutivo, un avanzamento di forme federaliste, le grandi novità relative all’Unione europea, le questioni dell’ambiente e così via, possono richiedere modifiche: lo si è anche fatto col nuovo Titolo V, come è noto. Bisogna farlo, però, senza ferire, senza ledere, senza stravolgere i principi della stessa Costituzione.
Con un grande impegno democratico questi pericoli vanno respinti, e tanto più lo si potrà fare se tra i cittadini sarà viva ed apprezzata la memoria storica della Resistenza.