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Sommario

La Resistenza a e da Casalmaggiore

di Carlo Bianchi [1]

Subito dopo l’8 settembre 1943, a Casalmaggiore [2] il comando tedesco installatesi con l’abituale prepotenza, emanò quasi quotidianamente proclami e perentori inviti all’obbedienza immediata e assoluta della popolazione.

Il coprifuoco divenne compagno dei giorni casalaschi e le requisizioni di case e palazzi, una conseguenza abituale delle specialità guerresche della truppa germanica. Fu subito intimata anche la consegna di ogni arma, pena ritorsioni severissime.

La gente preferiva starsene in casa piuttosto che affrontare il rischio di rimetterci la pelle o di farsi arrestare per un nonnulla.

Servi e lacchè ben presto si presentarono al comando tedesco per ricevere incarichi e fare la spia: del che non dovettero affatto lagnarsi perché poi divennero i tiranni della città e dei dintorni. Feroci e stupidi tiranni.

In mezzo a tale sbandamento cittadino, ci fu chi non ebbe paura e seppe sfidare la sorte, animato da spirito di ribellione e da volontà di riscatto. Giovani e giovanissimi si diedero alla montagna e si costituirono in gruppo armato pronto a battersi contro tedeschi e fascisti, pronti a rischiare la vita. Il punto di riferimento di questi giovani alla ricerca della strada del riscatto e della libertà era la maestra Regina Ramponi, coadiuvata da Rosa Spotti, una contadina da sempre antifascista e da sempre sul piede di guerra contro i fascisti locali, dai quali era presa di mira e perseguitata.

La Ramponi, a sua volta era in contatto con la famiglia Mattioli di Parma, alla quale indirizzava tutti i giovani che venivano da lei, perché la famiglia Mattioli era collegata con gli antifascisti cittadini e con quelli della provincia, in particolare con quelli dei monti di Bardi.

Tra questi giovani ardimentosi ricordiamo Giovanni Favagrossa, diciassettenne, Sergio Vida, Gianni Grassi, Franco Fronti e Pietro Cardini, coetanei, i quali presero la strada della montagna verso Lago Santo, Chiesa di Graiana e di là per Bardi e infine per Osacca di Bardi.

Osacca era (oggi come paese non esiste più o quasi) un manipolo di case piuttosto diroccate, abitato da gente di forte tempra e di sentimenti antifascisti e antitedeschi, come quasi tutte le popolazioni delle montagne parmensi. I nostri giovani trovarono là amicizia, aiuti, assistenza e soprattutto solidarietà. Divennero parte integrante di quelle famiglie, insieme alle quali studiarono piani di offesa al nemico e piani di difesa dell’agglomerato urbano e di se stessi. Era l’ottobre di quel tristo 1943.

Ben presto raggiunti da altri come Giuseppe Fortunati e Roberto Rossi, assieme ad altri militari e no, formarono con i locali un gruppo compatto e solido per convinzione e volontà di azione.

Dal principio di novembre alla vigilia di Natale, questi giovani vennero chiarendo le proprie idee e appresero l’impiego delle armi; si preparavano ad un possibile confronto a fuoco con i nemici da battere.

Il momento non si fece aspettare. Era la vigilia di Natale, una grigia giornata molto fredda. Poche ore prima dello scontro una donna di Noveglia, paese della vallata, era arrivata con la notizia che tre corriere avevano scaricato numerosi fascisti armati fino ai denti, venuti per fare la caccia ed arrestare i giovani di Osacca. Una spiata? Un tradimento? I fascisti comunque erano là e stavano per

salire tra leggeri strati di nebbia che era ancora giorno.

L’attesa divenne subito febbrile. Giovanni Favagrossa, capo riconosciuto del gruppo, diede i primi ordini, appostò i compagni. Le mani stringevano febbrilmente i fucili, gli occhi fissavano il sentiero dal quale sarebbero dovuti spuntare i miliziani fascisti.

Un crepitio si perse tra le nebbie della vallata.

Subito dopo molti crepitii seguirono, e fu subito un fuoco continuo.

Alcuni fascisti caddero. Gli altri ebbero paura e si ritirarono.

La sparatoria riprese, tentando i militi fascisti di circondare e prendere di sorpresa i nostri. Vida notò subito, dal suo nascondiglio, la manovra e corse ai ripari, spostandosi e continuando a sparare nella direzione dell’accerchiamento. I fascisti resistettero per un po’, poi si ritirarono. La notte sopraggiunse a coprire tutto.

Attimi di attesa. Più nessun colpo. I fascisti se l’erano data a gambe, tirandosi dietro i feriti. Del gruppo, nessuno risultò ferito.

Epica battaglia. Ardimento inequivocabile. Quella era stata la giornata del battesimo del fuoco che si concluse con esclamazioni di gioia incontenute e con un tantino di orgoglio, legittimo in quei ragazzi.

Fu un esempio unico di valore personale e di combattività di gruppo.

Un meraviglioso “frutto dell’incontro fra lo spirito antifascista esistente nella popolazione con la sua iniziativa da un lato e l’organizzazione politica militare clandestina dall’altro” (Da Enciclopedia della Resistenza, di P. Secchia).

Abbandonata per necessità di sicurezza della popolazione la zona, i nostri cercarono di rifugiarsi, ripiegando sul monte Santadonna. Poi preferirono scendere in città, contattare la famiglia Mattioli sul da farsi. Li attendeva la milizia, che già aveva arrestato i Mattioli.

Furono portati alla caserma Santo Fiore, dove subirono maltrattamenti e torture. Finirono in un secondo tempo alle carceri di S. Francesco, dove restarono insieme a Regina Ramponi a sua volta arrestata, fino al giugno del 1944.

Liberati per mediazione di Augusto Bernardi, in rapporti di lavoro con l’ing. Guareschi di Parma, dirigente del Genio Civile e poi capo dell’Ufficio politico della Repubblica Sociale di Parma, rientrarono a Casalmaggiore, per riprendere subito dopo la Resistenza: in quel di Valle di Casalbellotto operarono Giovanni Favagrossa, i fratelli Cerati di Motta S. Fermo, Carlo Martelli di Casalbellotto e un certo Luciano Sartori di Breda Cisoni (MI); in quel di Rivarolo Mantovano, Bozzolo, Sabbioneta e dintorni molti giovani si avvicendarono e operarono tra il luglio ‘44 e l’aprile del ‘45, non sempre tuttavia con coerenza di partecipazione.

Tra questi giovani vanno ricordati due bozzolesi: Pompe» Accursio e Sergio Arini, fucilati a Verona dai tedeschi.

Giovanni Favagrossa preferì Valle per una ragione strategica, che si mostrò molto valida: riuscì infatti a tenere in scacco tutta la zona casalese-basso mantovano, compresa Viadana, per tutto il periodo, creando seri fastidi ai fascisti e ai tedeschi con l’assalto a caserme, tagli di fili telefonici e disarmo di militi. Alla vigilia della Liberazione e precisamente il 23 aprile 1945, nel primo mattino, Giovanni Favagrossa e Carlo Martelli durante uno scontro con un gruppo di tedeschi in ritirata vennero uccisi, vittime di un eroismo consumato fino all’estremo sacrificio.

In quel medesimo tempo, esattamente nel settembre del 1943, subito dopo la resa incondizionata del nostro esercito agli Alleati a Cassibile, anche altri giovani casalesi si stavano organizzando in città e frazioni con la ferma volontà di battersi contro il nemico comune.

Tra questi giovani ricordiamo: Walter Federici, Telesforo Storti, Carlo Bianchi, Adriano Zontini, Giuliano Ronchini di Martignana, i fratelli Nerone e Orlando Menotti, con agganci, a Brescello, col giovane Renato Borsellini, a Parma, coi professori Arrigo Dedali e Aldo Borlenghi, e infine con Luigi Bellini di Cicognara.

Erano tutti giovani studenti che si organizzarono formando un GAP. Il loro punto di incontro era la sagrestia della parrocchia di Cicognara, retta da Don Malinverno. Essi si proponevano di sabotare il ponte ferroviario e la stazione ferroviaria, di fornire informazioni sull’attività militare dei tedeschi e fascisti al CLNAI, a mezzo di Walter Federici in collegamento coi dirigenti lombardi e del parmense.

La loro attività clandestina ebbe inizio sul filo di una serie di progetti di azioni di un’importanza estrema; progetti la cui realizzazione richiedeva una preparazione meticolosa e il possesso di mezzi e strumenti idonei. Per questo Federici fin dall’ottobre di quell’anno si impegnò a fare avere al gruppo in tempo utile armi, munizioni, dinamite, denaro e documenti falsi, a mezzo di aerei notturni, che avrebbero paracadutato il materiale sull’isola di Fossacaprara.

Il lancio era stato fissato per una notte del febbraio 1944, previa comunicazione convenzionale radiofonica.

Nell’attesa, durante incontri settimanali, si svolse una preparazione ideologico-politica, attraverso discussioni e confronti.

L’organizzazione faceva capo al movimento resistenziale di “Giustizia e Libertà”, il cui esponente principale era Ferruccio Parri.

Il triangolo di azione era stato fissato tra Casalmaggiore-Parma-Mantova; i collegamenti erano mantenuti, nel settore, anche attraverso resistenti viadanesi: il prof. Ferdinando Massari, Giuseppe Remagni e Marino Boni, attivisti solerti e molto fidati.

Anche per questi giovani la meta ultima erano le montagne del parmense, raggiungibili con l’aiuto della Resistenza parmigiana nelle persone dei professori Dedali e Borlenghi.

L’attesa del lancio del materiale si andava facendo spasmodica. La cautela degli incontri pareva eccessiva ma in realtà tali incontri erano controllati da una spia (non si è mai saputo con esattezza se interna al gruppo o esterna), sicché la mattina del 2 febbraio dell’anno 1944, i componenti del gruppo che già erano informati che dopo pochi giorni sarebbe arrivato dal cielo il materiale promesso furono arrestati. Non si è mai compreso perché non furono arrestati proprio nel momento del lancio.

Concentrati nell’ex caserma dei carabinieri, in via Cavour, interrogati per sei giorni e torturati, questi giovani furono poi spediti alle carceri giudiziarie di Cremona, a disposizione del Tribunale Straordinario di Parma, dove restarono fino all’agosto dello stesso anno quando furono poi inviati in Germania nei campi di concentramento, su un treno bestiame, guardati e vigilati da truppe tedesche. Alla stazione ferroviaria di S. Martino della Battaglia, riuscirono a fuggire Carlo Bianchi, Adriano Zontini e Pietro Buttarelli. Rocambolesca fuga!

Ma un altro gruppetto di giovanissimi aveva iniziato, anche prima del settembre, l’attività antifascista, affiggendo manifestini e scrivendo sui muri frasi di condanna dei fascisti locali e inviti alla ribellione ad altri giovani che preferivano l’ozio degli imboscati o la milizia nelle file della repubblica di Salò.

Questi giovanissimi erano: Arnaldo Ferrari, Pietro Buttarelli, Tullio Corradi, a loro volta contattati dai fratelli Menotti e Adriano Zontini.

Opera preziosa la loro e anche molto rischiosa, dal momento che erano ricercati con accanimento dai militi locali.

Essi operavano anche per proteggere e aiutare i confinati greci, a disposizione della guardia repubblichina, proprio per attività antifasciste svolta nel loro paese, in Grecia.

Caddero anche loro nella trappola tesa dalle spie; la mattina così tutti i componenti di questi due gruppi si trovarono sotto il torchio degli interrogatori condotti da un certo cap. Chinali dell’UPI di Casalmaggiore, il cui responsabile era il maresciallo Meneghetti.

Altri giovani svolsero in maniera saltuaria l’attività partigiana. Ricorderemo l’attività, in quel di Colorno, nell’anno 1944, di Anacleto Grassi, Bruno Storti, Camillo Ghisolfi e Abramo Manara; la partecipazione iniziale e insurrezionale di Aurelio Magni, di Nanda Boles e di molti altri.

I giovani del gruppo di Colorno, presto arrestati, furono trasferiti in un campo di concentramento del Trentino.

Non possiamo poi dimenticare l’attività antifascista del dott. Paroni di Casalbellotto, arrestato a Villa Pasquali da un certo Clodoveo Farina, e inviato, dopo un interrogatorio da parte delle SS di Verona, in un campo di concentramento di Bolzano.

Sopra tutti grandeggia la figura della maestra Regina Ramponi, iniziatrice dell’attività partigiana e antifascista del Casalasco, unitamente alla umile ma coraggiosa Rosa Spotti; due figure indimenticabili: la mente ed il braccio.

Tra il 23 e il 25 aprile, nei giorni dell’Insurrezione, febbrili di attività e di coraggio, un folto gruppo di patrioti (che possiamo definire dei “Moreschi”) si costituisce in formazione autonoma e combatte alacremente la sua battaglia contro i tedeschi in fuga.

Li snida, li sfida, li affronta e li fa prigionieri.

È tutto un succedersi di lotte e di azioni efficaci da parte di giovani armati alla buona, ma fervidi di coraggio e di iniziativa.

Vale la pena ricordare il sostegno offerto ai compagni di Gussola, impegnati a combattere la loro cruenta battaglia alla Cartiera. Conquistata la vittoria e ottenuta la completa liberazione di Casalmaggiore, si costituisce il Comitato di Liberazione Casalese, di cui entrano a far parte Oreste Belletti e Augusto Bernardi, figure del momento, ma con un prestigioso passato di antifascisti.

Si affrontano i problemi della ricostruzione politica e amministrativa; si forma la prima giunta municipale con sindaco il dott. Giuseppe Storti, liberale; si cerca di mettere ordine un po’ ovunque.

I corpi dei nostri due partigiani caduti in quel di Valle – Giovanni Favagrossa e Carlo Martelli – vengono trasferiti rispettivamente a Casalmaggiore e a Casalbellotto da un coraggioso antifascista, Giuseppe Superchi, detto “Ciuslen” e trovano giuste onoranze e doverosi riconoscimenti nella loro terra di origine.

Come non ricordare il clima di quei giorni? Era tutto un tripudio: cortei di gente gioiosa che sfilava per la città inneggiando alla vittoria.

Sembrava di vivere in un altro mondo.

Sicuramente momenti straordinari, che purtroppo non ebbero seguito.