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Origini della Resistenza cremonese

La necessità di una svolta per il movimento antifascista: la lotta armata

I fatti richiamati, e sicuramente non sono i soli, sembrano confermare almeno due questioni politiche.

La prima è che alla spontanea combattività, presente in diversi centri della provincia in molti giovani antifascisti ed espressa spesso con tanta ingenuità ed inesperienza, non corrispose la capacità dei Partiti antifascisti cremonesi, seppure in misura diversa l'uno dall'altro, di dare un giusto orientamento, anche sul piano organizzativo, a queste forze spontanee, onde poter vibrare, anche in pianura, colpi duri ai fascisti e ai tedeschi.

La seconda è che per un periodo abbastanza lungo queste stesse forze politiche non seppero collegare alla Resistenza le "rivendicazioni" dei lavoratori delle fabbriche e delle campagne.

Eppure queste "rivendicazioni" erano numerose, perché nelle campagne si saldavano insieme i metodi di sfruttamento imposti dal fascismo nei lontani anni venti (in particolare nei confronti dei salariati e dei braccianti) e le condizioni di fame e di miseria provocate dalla guerra.

Scriveva uno dei massimi dirigenti nazionali della Resistenza e storico emerito, il compagno Secchia:

"Non è un caso che la Resistenza si sia sviluppata fortemente in certe province ed abbia avuto grandi vuoti in altre. Laddove durante vent'anni il fascismo era riuscito a impedire o quasi l'azione di qualsiasi partito antifascista, lì si può essere certi che non vi fu Resistenza di rilievo. La forza della Resistenza è stata direttamente in proporzione allo sviluppo dei movimenti antifascisti durante gli anni della clandestinità".

Ci sembra che questa analisi generale sul piano storico e politico trovi conferma per diversi aspetti anche nella nostra Provincia.

Era quindi inevitabile che i Partiti antifascisti cremonesi tornati alla luce del sole dopo il 25 luglio del '43, si presentassero in un modo confuso e vario.

Nel palazzo Barbò di Via Ugolani Dati, o nello studio dell'ing. Vialli, azionista, o di altri professionisti cremonesi si incontravano e discutevano uomini di diverse tradizioni ed esperienze antifasciste. L'obiettivo era di dare vita ad un'intesa politica tra le diverse forze che  rappresentavano in quel momento l'antifascismo cremonese.

Si incontravano l'ex migliolino Giuseppe Speranzini, i comunisti Rosolino Ferragni, Piero Biselli, Renzo Scaglioni, Adriano Andrini, Renzo Bernardi, Rino Agosti, i socialisti Gino Rossini, Piero Pressinotti, Mario Coppetti, gli "azionisti" Lionello Miglioli, l'avvocato Francesco Frosi, il professore Puerari, il liberale professor Serini, i democristiani avvocati Rizzi e Zilioli, il repubblicano Dotti.

I contatti, gli incontri, avevano però messo subito in evidenza insieme al ritardo a comprendere la situazione (del resto tutt'altro che facile da decifrare con la politica del governo Badoglio), la conseguente difficoltà a prevedere lo sviluppo degli avvenimenti e quindi le misure da prendere per farvi fronte.

Gli incontri avevano anche messo in luce posizioni diverse.

Le diversità e i contrasti si manifestavano su alcune questioni di fondo: sulla politica del governo Badoglio, la Monarchia, le responsabilità della borghesia agraria e industriale rispetto al fascismo e alla guerra.

Il confronto avveniva di fatto tra un antifascismo moderato e un antifascismo più radicale, di classe, che con la caduta del fascismo poneva questioni di fondo, anche se confusamente, circa le responsabilità e quindi il problema di una profonda trasformazione delle stesse strutture della società e dello Stato italiano.

In definitiva esplodevano le passioni, i risentimenti, le speranze, dopo vent'anni di dittatura e di violenza, di tanta parte delle masse popolari che più di tutti avevano pagato sotto il fascismo.

L'8 settembre 1943 coglie il movimento antifascista cremonese e il gruppo dirigente emerso il 25 luglio sostanzialmente impreparati ad affrontare la delicatissima situazione. Il movimento ripiomba nella clandestinità, i dirigenti dei Partiti che si erano maggiormente esposti debbono eclissarsi. Comincia una nuova fase: davanti al movimento viene delineandosi con maggiore chiarezza la questione della svolta, dell'avvio della lotta armata, di una guerra di Liberazione che si dovrà condurre con mezzi e forme adeguate. E ciò soprattutto sulla base di un programma unitario, quindi superando le divergenze e i contrasti precedenti.

In pratica vengono gettate le basi dei C.L.N. e dei comandi militari unificati. Matureranno nella lotta le condizioni favorevoli alla nascita della nuova democrazia italiana.

Anche il fascismo dopo l'8 settembre cerca di riorganizzarsi. Si presenta "repubblicano" e a Verona elabora una "carta", un programma politico e sociale che promette riforme, giustizia sociale.

Prende corpo, con l'adesione del maresciallo Graziani alla Repubblica Sociale, l'Esercito Repubblicano; nascono la Guardia Nazionale Repubblicana – g. n. r. – e le Brigate Nere, strumenti armati del fascio repubblichino e infine le diverse polizie, bande di rastrellatori e di torturatori.

Le Prefetture, le Questure, anche se meno fidate e inquinate da posizioni "attesiste" (i vecchi funzionari avevano capito che il fascio era finito) opportunamente ripulite tornano ad essere strumenti repressivi al servizio del fascio repubblichino e dei tedeschi.

Uno degli obiettivi, non certo l'unico, che si proponevano i tedeschi era anche una dura azione di "reclutamento" di lavoratori da inviare in Germania attraverso la famosa "organizzazione del lavoro", la Todt, da impiegare in lavori di fortificazione, di riadattamento di strade e di ferrovie colpite dai bombardamenti aerei.