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Sommario

Origini della Resistenza cremonese

Alcuni esempi: Crema, Soresina, Casalmaggiore

I principali gruppi che presentano una certa struttura organizzativa si trovano a Soresina, Crema, Soncino, Pizzighettone, Romanengo, Castelleone, Gussola, Piadena, Pessina, Ostiano e Casalmaggiore.

Si verificano subito anche alcuni episodi che confermano lo stato del movimento, il suo potenziale di lotta e nello stesso tempo la sua debolezza organizzativa e politica.

Il primo novembre 1943 a Soresina, in pieno giorno, avvenne il primo scontro armato tra un gruppo di compagni e una squadra di fascisti "repubblichini" inviata dal comando di Cremona a compiere un'azione intimidatrice. La capeggiarono due losche figure, note per i loro atti di violenza. Aschieri e Mario Merlini, i quali verranno giustiziati a Cremona nei giorni della Liberazione, dopo regolare processo, per i misfatti compiuti.

Nello scontro i due vennero feriti e disarmati, ma vennero feriti anche alcuni passanti dallo scoppio di una bomba a mano lanciata da uno dei due fascisti.

L'azione venne diretta in modo spontaneo dal compagno Egidio Armelloni [1] detto "Fofo", noto antifascista di Soresina già condannato nei primi anni '30 dal Tribunale Speciale a tre anni di carcere.

La rappresaglia fascista non si fece attendere: un reparto armato inviato a Soresina procedeva ad un rastrellamento in piena regola con sparatorie per le strade, il ferimento di alcuni cittadini di Milano che si trovavano a Soresina per i giorni dei Santi e dei Morti, perquisizioni ed arresti di antifascisti già segnalati dalle spie per la loro attività tra il 25 luglio e l'8 settembre. Venne "rastrellata" per la strada anche una ragazza, Maria Valcarenghi. Essa reagì energicamente al modo brutale in cui veniva fermata e perquisita da un militare fascista. Venne arrestata, portata in carcere a Cremona e poi inviata in Germania in un campo di concentramento. Ritornò a Soresina dopo la liberazione.

Un altro gruppo di compagni che si era riunito dietro al Cimitero per esaminare i fatti avvenuti al mattino e decidere in merito ad un trasporto di armi, venne avvertito da una staffetta del rastrellamento in corso.

Fu deciso un intervento immediato per sottrarre ai fascisti il materiale di propaganda (l’ “Unità”) appena arrivata da Milano e ancora in fase di distribuzione. Tutto il materiale fu messo in salvo e poi diffuso regolarmente tra i compagni.

Il distaccamento fascista, tornando alla sera a Cremona con i prigionieri rastrellati a Soresina, fece irruzione nell'osteria "del Pozzo" di Casalmorano allo scopo di catturare giovani sbandati e renitenti alla leva.

Uno di questi giovani che aveva tentato la fuga venne assassinato freddamente dai fascisti: si chiamava Giovanni Ormezzani, classe 1918. Una via di Casalmorano ricorda il sacrificio di questo giovane.

In un suo rapporto il comandante del reparto fascista, colonnello Tambini, affermava:

"Verso le ore 21.30 il gruppo di Camicie Nere ritornando in torpedone a Cremona, dopo aver svolto il proprio servizio, si portava nel paese di Casalmorano per provvedere alla ricerca di alcuni individui indiziati come partecipanti all'aggressione di Soresina, che da informazioni avute sembrava avessero trovato rifugio in tale paese.

Di fronte alla Trattoria del Pozzo, da un gruppo di persone che ivi sostavano, partivano alcuni colpi di arma da fuoco ai quali fu risposto immediatamente, circondata poscia l'osteria, ove si è trovato che un individuo giaceva colpito alla fronte sotto un porticato in gravi condizioni.

Si provvide all'immediato trasporto del ferito all'Ospedale di Cremona, dove venne identificato per certo Ormezzani  Giovanni, fu Pietro, nato il 15.10.1918, da Casalmorano (Cremona), nelle cui tasche fu trovata un'arma comunemente chiamata "tirapugni", arma che fu trattenuta dai carabinieri di Soresina.

L'Ormezzani decedeva stamane 2 novembre alle ore 0.30.

La trattoria del Pozzo era nota come abituale ritrovo di sovversivi che immancabilmente ogni sera si ritrovano per ascoltare le trasmissioni di Radio Londra.

Sono in corso le indagini con la collaborazione dell'Arma dei Carabinieri, per l'arresto di altri partecipanti all'aggressione, già in parte individuati.

Gli arrestati tradotti nelle carceri di questa città, restano a disposizione della giustizia per il più da praticarsi.”

Allo scopo di avere un quadro più completo della situazione, è importante sottolineare, ricordare, altri fatti e avvenimenti che caratterizzarono la lotta antifascista nel cremonese in quel periodo. Le lotte operaie di Crema nel novembre-dicembre 1943 e l'esperienza che un gruppo di compagni di Casalmaggiore fece nell'Appennino parmense verso la fine dello stesso anno.

Le agitazioni e gli scioperi di Crema non c'è dubbio che risentirono dell'influenza delle lotte di Milano e di Torino piuttosto che di Cremona. Esse furono dirette dalle Commissioni Interne e iniziarono il 25 novembre del ‘43, ponendo alla base la rivendicazione di immediati miglioramenti salariali e alimentari.

Lo sciopero scoppiò il 16 dicembre e ne furono protagonisti circa 200 operai che lavoravano in tre complessi cosiddetti "ausiliari", cioè collegati alla produzione bellica: le Acciaierie e Ferriere Stramezzi.

L'intervento dei fascisti e dei tedeschi fu immediato: fu lo stesso Stramezzi a chiedere l'intervento della g.n.r. locale.

Il capo della Provincia, Romano, e il colonnello Zichler comandante della piazza di Cremona che presero i contatti con gli operai, non riuscirono a fare riprendere il lavoro. Dovettero promettere un aumento di generi alimentari, ma il lavoro rimase interrotto sino alla sera.

Ancora il 20 dicembre viene proclamato uno sciopero bianco in alcune fabbriche di Crema, provocando l'immediato intervento dei fascisti della 17a legione di Cremona.

Parecchi compagni vennero denunciati.

A dirigere la lotta erano i compagni Maneffa, Ernesto Cattaneo, Leopoldo Tacca, Angelo Doldi, Giulio Tacchini, Alfredo Livio ed altri.

Anche questo episodio conferma un notevole potenziale di lotta esistente nel movimento operaio, ed evidenzia tra l'altro che lo stesso P.C.I. in quel momento veniva superato dagli avvenimenti. Infatti a Cremona, Soresina, Pizzighettone, Casalmaggiore – per citare i centri sul cui territorio esistevano complessi industriali di un certo rilievo – non vi fu nessun movimento.

È bene ricordare che in quel periodo – autunno '43 – si era aperta una discussione a livello nazionale nel movimento antifascista ed operaio.

La discussione verteva su una questione di notevole importanza e cioè se nelle fabbriche si dovevano impegnare nella direzione delle lotte le Commissioni Interne elette subito dopo il 25 luglio '43 oppure se si doveva dare vita a nuovi organismi clandestini.

Il P.C.I. era decisamente per la creazione di nuovi organismi clandestini e per lo scioglimento delle C.I., le quali, schiacciate dalla situazione, potevano diventare o strumenti di collaborazione con i fascisti oppure, rifiutando di collaborare, i loro membri potevano essere deportati o fucilati.

Nella stragrande maggioranza delle fabbriche gli operai compresero subito la giustezza di questa linea, che nella sostanza si proponeva da una parte di mantenere i legami e la direzione del movimento operaio salvaguardando i quadri già preparati e dall'altra di consolidare i legami politici tra Resistenza armata e lo stesso movimento operaio.

E fu proprio questa una delle caratteristiche che distinse la Resistenza italiana da altri movimenti di Liberazione europei.

Evidentemente nelle fabbriche di Crema la questione relativa alle Commissioni Interne non era forse nemmeno stata posta, per cui non esistevano i nuovi organismi clandestini di agitazione e di lotta, sicché fu possibile la denuncia da parte dell'industriale Stramezzi ai fascisti di Crema dei compagni membri della Commissione Interna.

L’altra esperienza cui abbiamo accennato, che si colloca nello stesso periodo – autunno, fine '43 – prende corpo all'altro estremo della provincia, a Casalmaggiore.

La parte più attiva dell'antifascismo di questa cittadina aveva sempre mantenuto contatti e collegamenti con Parma. Sono costanti invece quelli di Gussola con Cremona e Milano. Vi sono ragioni obiettive che spiegano questo fatto. Gussola ha avuto dirigenti comunisti di rilievo come Vaia e come De Micheli, per cui fu possibile per lunghi anni mantenere collegamenti diretti soprattutto con Milano.

Comunque il parmense, con il suo Appennino, offriva, dopo l'8 settembre, maggiore possibilità di dare vita a formazioni partigiane, come in effetti poi avvenne. Anche i giovani antifascisti di Casalmaggiore, come del resto il gruppo di Cremona cui abbiamo già accennato, vi furono subito attirati.

E così i compagni Favagrossa, Vida, Giardini, Forti ed altri diedero vita a Osacca, sin dall'ottobre del '43, ad un distaccamento "Garibaldi".

E a Natale il distaccamento ebbe il suo battesimo del fuoco, uno scontro vittorioso contro reparti fascisti armati inviati nella zona per ripulirla dai "ribelli". I fascisti, dopo ore di fuoco, furono costretti a ritirarsi con molti feriti.

Ma dopo l'entusiasmo del distaccamento partigiano e dei cittadini di Osacca per il successo ottenuto, iniziò anche un esame della situazione e delle difficoltà oggettive in cui veniva a trovarsi la piccola formazione in previsione di nuovi, più massicci attacchi di rappresaglia da parte dei fascisti contro cittadini inermi. La decisione presa fu quella di sciogliere il distaccamento.

Evidentemente era mancata una direzione politica ed un coordinamento militare tra le diverse forze della Resistenza; era mancata una direzione capace di dare ai compagni del gruppo un giusto orientamento, un aiuto e solidarietà.

La sorte di questi giovani compagni fu dura. Dopo lo scioglimento del distaccamento ricercarono nuovi contatti in pianura, nella stessa Parma, per continuare la lotta. Per alcuni di essi fu il carcere, la deportazione, la tortura.

Sempre con l'intento di fornire attraverso alcuni fatti ed esperienze concrete (certamente non è possibile offrire una documentazione completa per cui ci scusiamo se alcuni fatti non verranno citati), elementi vivi per un'analisi e una riflessione storica e politica relativa ad una fase molto difficile – 8 settembre 1943 / inverno 1944 – che ha preceduto la costruzione vera e propria della Resistenza cremonese, è importante aggiungere agli episodi di Cremona, Crema, Casalmaggiore, quelli che hanno per protagonista, in quel periodo, il movimento a Soresina.

Prima dello scontro armato del 1 novembre 1943 avvenuto a Soresina e di cui si è già riferito, un piccolo gruppo di compagni. Aldo Bossi, Aldo Del Bue e Arnaldo Bera si staccarono  dall'organizzazione locale portandosi in montagna in Val Saviore, in provincia di Brescia.

I risultati furono negativi. Le idee non erano ancora chiare sulla stessa prospettiva della Resistenza, sul suo carattere unitario e nazionale. Mancava esperienza e sul posto non vennero trovate le condizioni oggettive e soggettive per dare vita anche ad una piccola formazione, con la prospettiva poi di un inverno duro da superare.

Rimanere in quelle condizioni significava solo essere tagliati fuori dal movimento per un lungo periodo.

Alla fine questi compagni presero la strada del ritorno in pianura ma, diversamente dai compagni di Casalmaggiore, riuscirono a riprendere il collegamento con l'organizzazione di base da cui si erano staccati.

Un'organizzazione, quella di Soresina, che nell'insieme aveva mantenuto una struttura solida e sicura, era riuscita a produrre e diffondere in modo autonomo materiale di propaganda, si era dotata di un discreto deposito di armi individuali, e aveva inoltre consolidato i collegamenti con Milano e Cremona.

L'ossatura del movimento antifascista soresinese era costituita dai comunisti, la cui organizzazione non aveva mai cessato l'attività negli anni '30 e che, alla vigilia dello scoppio della guerra, era riuscita a produrre e diffondere in diverse città e caserme oltre 2000 volantini ciclostilati contro la guerra fascista.

I rapporti tra socialisti (che a Soresina erano rappresentati dal vecchio Boldi, da Martinelli e poi dal giovane Ricca) e comunisti erano buoni anche se vi furono divergenze sulla questione delle Commissioni Interne; anche i rapporti con i cattolici erano buoni e venivano mantenuti attraverso i "vecchi" popolari migliolini.

La Federazione del P.C.I. di Cremona, di cui era segretario il milanese Vittorio Ravazzoli, decise di stabilire la sede del Centro Stampa a Soresina nella casa di Ettore Grassi [2] e della moglie Margherita Boselli (conosciuta a Soresina come "Miten"). Fu, questa, una delle basi più sicure, utilizzata per oltre una decina di anni. In questo periodo dunque, proprio considerando la situazione e i compiti affidati ai compagni, vennero prese, dopo lunghe discussioni, due decisioni:

1) procurare con un "prelievo" una macchina da scrivere moderna per produrre un periodico provinciale ciclostilato (periodico che nascerà più tardi con il titolo "L'Unione";

2) trasportare a Soresina le armi sepolte in campagna dopo l'8 settembre. Lo scopo era di averle sottomano per utilizzarle subito e non lasciarle marcire in attesa dell'ora x.

Le due operazioni vennero compiute con l'impiego di un largo numero di compagni: Alfredo Labadini, Arnaldo Bera, Aldo Del Bue, Aldo Bossi, Erminio Castellini, Bellandi, Nicolini, Alfredo Valcarenghi, Natale Mosconi ed altri.

Le armi, una ventina di moschetti 91 e relative munizioni, sistemate in una stalla che ospitava cavalli da corsa, vennero viste da un ragazzo; questi ne parlò in casa. La sorella era l'amante del segretario del fascio locale (dott. Boschetti). Il compagno Labadini [3] venne subito coinvolto, per cui venne presa la decisione di inviarlo immediatamente, attraverso i collegamenti che si erano stabiliti con il comando Regionale delle Brigate Garibaldi, tramite il compagno Vergarli ("Fabio"), in montagna, nella zona di Miazzina - Val d'Ossola.