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Sommario

Origini della Resistenza cremonese

Cremona: lentamente il movimento antifascista viene assumendo una forma organizzata

A Cremona l'8 settembre 1943 si ritrovano tutti gli elementi che caratterizzavano la situazione generale e per taluni aspetti essi si presentano anche più pesanti e gravi.

Anche a Cremona abbiamo la conferma che se non difettava, almeno nelle forze più avanzate dell'antifascismo, la volontà di fare, non esistevano oggettivamente le condizioni per superare rapidamente lo sbandamento e la sfiducia, e dare un giusto immediato orientamento alle stesse avanguardie dei movimento. Passo questo indispensabile per poter passare a nuove forme di organizzazione e di lotta capaci di mobilitare i più larghi strati popolari.

Inoltre Cremona e la sua provincia, per la stessa configurazione geografica non offrivano larghe zone boscose adatte ad accogliere, almeno immediatamente, i militari sbandati e i giovani che potevano essere chiamati dai fascisti alle armi o essere inviati in Germania dai tedeschi.

Le armi a disposizione erano pochissime, quasi del tutto mancavano quelle automatiche. Esse provenivano o da soldati sbandati o dai prelievi fatti dai gruppi antifascisti nelle caserme abbandonate dai soldati l'8 settembre.

Nei complessi industriali più importanti della città e della provincia l'organizzazione politica era debolissima, quasi inesistente, anche se vi erano compagni antifascisti.

Non era migliore la situazione nelle cascine, dove l'agrario riusciva ancora ad esercitare una forte pressione, non certo positiva, e forme di ricatto sulle famiglie dei salariati agricoli e dei braccianti.

Difficile si presentava la situazione anche per quanto si riferiva ai quadri dell'antifascismo in grado di dare vita ad una direzione provinciale capace di coordinare e dirigere il movimento e la lotta nella nuova situazione.

La stessa rete clandestina del P.C.I., la più organizzata e presente rispetto alle altre forze dell'antifascismo cremonese, era tutt'altro che adeguata alla situazione. Pur esistendo a Cremona e in parecchi centri della provincia (come Piadena, Gussola, Casalmaggiore, Palvareto, Soncino, Soresina, Romanengo, Castelleone, Pizzighettone, Crema, Ostiano, Pescarolo, Pessina Cremonese, per citare solo i più importanti) gruppi di compagni di cui alcuni attivi localmente anche negli anni '20 e '30, essi non riuscirono ad esprimere una vera e propria direzione provinciale.

Da questi elementi, seppure analizzati in modo sommario, emergono le cause principali che sono state alla base dei ritardi relativi alla realizzazione della svolta politica e militare necessaria per dare corpo e organizzazione alla Resistenza cremonese.

Comunque anche a Cremona, pure tra mille difficoltà e ritardi, malgrado le minacce roboanti di Farinacci, tornato a Cremona in edizione tedesca dopo il 20 settembre, e l'attesismo presente nel movimento antifascista (non solo a Cremona e spesso in forme anche robuste), il movimento antifascista venne prendendo piano piano una forma concreta, organizzata.

L'attesismo sopraccennato non era un fenomeno di scarso rilievo politico. Esso aveva diverse radici, ma va tenuto presente, anzitutto, che chi aveva già sopportato con la guerra pesanti sacrifici non si sentiva di impegnarsi nuovamente in una lotta che si preannunciava aspra, soprattutto per le prevedibili rappresaglie che tedeschi e fascisti avrebbero scatenato. Per dirla con il compagno Secchia: "Non c'c dubbio che se la Resistenza è stata un grande fatto storico e politico, non significò affatto la corsa ad arruolarsi nelle formazioni partigiane”.

Il terrore tedesco e fascista faceva sentire il suo peso, per cui, se pochi erano coloro che dopo il 25 luglio credevano ancora nel fascismo o prestavano fede ai tedeschi, erano però ancora molti ad averne paura.

E vi era poi un attesismo teorizzato da movimenti o partiti che, pur aderendo formalmente alla linea della Resistenza, nella sostanza non concordavano sulla creazione di un vasto movimento politico e di una forte organizzazione militare che di fatto potevano assumere, nelle zone liberate, vere e proprie funzioni di governo, come avvenne, nel corso della guerra di liberazione, in vaste zone del Friuli-Venezia Giulia, a Montefiorino di Modena, in alcune zone del Piemonte, nella valle  dell'Ossola ove si diede vita ad una repubblica.

Era chiaro sin da allora che i punti di riferimento di questi partiti, da cui derivavano queste  posizioni, erano i comandi generali degli Eserciti Alleati che operavano in Italia, i quali chiedevano e sollecitavano solo l'attività di piccoli gruppi di sabotatori.

Ma per tornare a Cremona già nel settembre del 1943 prende corpo quasi spontaneamente, per iniziativa di un gruppo antifascista collegato a Giuseppe Speranzini e ai comunisti, il progetto di creare un gruppo armato formato da cremonesi sull'Appennino Emiliano.

Questo gruppo composto da Roberto Ferretti, ufficiale di artiglieria sbandato, dal dottor Menotti Screm, ufficiale di complemento sbandato, dai fratelli Arnaldo e Guido Uggeri (soldato il primo, marinaio il secondo) parte per Besazzola, una frazione di Pellegrino Parmense, in località Pietranera.

I contatti con Cremona, saltuari, avvengono con alcuni rappresentanti dell'antifascismo cremonese: l'azionista Lionello Miglioli, i comunisti Marabotti, Biselli, Agosti, l'avv. Rizzi della Democrazia Cristiana.

I fatti dimostrarono subito che un gruppo così isolato, senza un retroterra politico solido, privo di esperienze e di mezzi e in una situazione resasi estremamente difficile, non poteva non solo avere possibilità di sviluppo ma nemmeno sopravvivere.

Il gruppo dovette ritornare a Cremona e limitare la propria attività semilegale all'aiuto dato ai prigionieri di guerra evasi dai campi di concentramento per raggiungere la Svizzera attraverso veri e propri centri di assistenza, alla raccolta di armi, all'invio dei soldati cremonesi sbandati verso zone di montagna del Piemonte (a Cozze - Val di Susa) dove andavano raccogliendosi i primi gruppi armati.

Sono i primi passi che si muovono a Cremona, subito dopo l'8 settembre: passi che porteranno, nella primavera/estate del 1944, alla creazione di un'organizzazione militare ramificata nei centri più importanti della provincia, alla costituzione della Brigata Garibaldi "F. Ghinaglia” ai primi tentativi organizzativi delle formazioni Matteotti e Fiamme Verdi e di alcuni gruppi di ex carabinieri legati al Partito d'Azione, e infine alla formazione di un comando unico e dello stesso C.L.N. provinciale.

Ma di questo processo di formazione e di lotta della Resistenza cremonese si parlerà più avanti, richiamandone gli aspetti più importanti e decisivi.

Occorre però ricordare subito un episodio avvenuto nel marzo 1944. Venne arrestato, a seguito di una provocazione, il compagno Guido Uggeri ("Ferra"), sotto l'accusa di avere organizzato un'azione di spionaggio nella fabbrica Armaguerra di Cremona – una delle più importanti fabbriche create dal fascismo per la produzione di armi da guerra leggere – : accusa che, se provata, poteva portarlo alla fucilazione.

Dopo un durissimo periodo "istruttorio", condotto con i metodi soliti dei fascisti, nei confronti del compagno Uggeri non venne provato nulla; come nulla si riuscì a cavare a "Ferra", seppure sotto tortura, a proposito dell'organizzazione antifascista clandestina di Cremona.

I fascisti decisero allora la sua deportazione in Germania con un gruppo di altri compagni di Casalmaggiore fra cui Arnaldo Ferrari e Carlo Bianchi.

A Brescia il compagno Uggeri riuscì ad evadere e poté riprendere nella formazione "F. Ghinaglia"  il proprio posto di lotta, che tenne sino all'insurrezione dell'aprile 1945.

Intanto nello stesso periodo altri gruppi antifascisti presenti nella provincia si muovevano in modo autonomo, cercando collegamenti, indicazioni, direttive, materiali di propaganda.

Nella parte nord della provincia si allacciavano i contatti direttamente con Milano.