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L'8 Settembre 1943 e il movimento antifascista |
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Non c'è dubbio che l'8 settembre 1943 con le sue tragiche conseguenze, politiche e militari, poneva davanti al movimento antifascista italiano – e quindi a quello cremonese - problemi e questioni nuove, di estrema gravità. Sono note le vicende che costrinsero, sotto il peso degli avvenimenti militari, il governo Badoglio ad annunciare pubblicamente l'8 settembre l'armistizio con gli Eserciti Alleati. Un governo che, insieme al Re, dopo l'annuncio dell'armistizio abbandonava l'esercito a se stesso fuggendo in modo vergognoso al Sud, consegnando in pratica il Paese in mano alle forze armate hitleriane. Le forze più avanzate dell'antifascismo tentarono in alcune grandi città, e anche a Cremona, di organizzare la Resistenza, unendosi ai reparti dell'Esercito che non intendevano arrendersi ai tedeschi. Queste stesse forze chiesero armi e la formazione immediata di una Guardia Nazionale, ma invano, anche per l'inerzia e la passività di alcuni Comandanti militari. L'esercito italiano, lasciato senza una direttiva e un comando, in pochi giorni venne travolto, disfatto, sotto l'attacco premeditato, duro e feroce di truppe speciali tedesche. Centinaia di migliaia di soldati con i loro ufficiali vennero catturati e inviati nei modi più disumani in Germania dove molti morirono di stenti e maltrattamenti. Altri furono ferocemente trucidati, come a Cefalonia e in altre zone oltre mare, non avendo accettato di arrendersi. Altri ancora scelsero la strada della Resistenza, passando con armi e comandi alle formazioni partigiane jugoslave, greche, albanesi che da anni combattevano contro gli invasori nazista e fascista. È in questa drammatica situazione che si ponevano davanti al movimento antifascista italiano, nelle sue diverse componenti politiche, problemi nuovi, decisivi per la sorte del movimento stesso, cui erano legate anche le sorti del Paese. Si poneva prima di tutto la questione del passaggio a nuove forme di lotta, il passaggio alla lotta armata nei modi e nelle forme possibili in un paese occupato militarmente da uno dei più spietati eserciti, che in Europa aveva già dato prova di ferocia inaudita contro la Resistenza e nei confronti delle popolazioni civili inermi. Insomma l'8 settembre 1943 iniziava la stretta finale, che purtroppo doveva durare ancora 18 mesi. Oggi può sembrare ovvio che nella nuova situazione che si era creata l'8 settembre l'unica strada percorribile per le forze dell'antifascismo, vecchio e nuovo, fosse quella di passare rapidamente e decisamente alla organizzazione di una vera e propria guerra di liberazione, da condurre nelle forme e nei modi già sperimentati con successo da altri popoli e paesi d'Europa occupata e oppressa dagli eserciti nazisti e fascisti. Ma quello che appare ovvio oggi non lo era ieri e non lo era sicuramente l'8 settembre 1943. Non si deve mai dimenticare quale era la realtà politica e militare di quel periodo. All'euforia del 25 luglio del '43, quando molti avevano creduto che con la caduta del fascismo fosse ormai vicina la fine della guerra, erano subentrati un forte disorientamento e sfiducia anche in larghi strati popolari. Il disfacimento, in pochissimi giorni, dell'esercito, il quadro penoso di masse di soldati laceri e affamati, sbandati, in fuga, e i duri segni che la guerra aveva lasciato in quasi ogni famiglia, non avevano certo creato condizioni favorevoli per la ripresa della lotta antifascista che richiedeva nuovi e più duri sacrifici. Nelle stesse file dell'antifascismo militante, oltre alle diversità di analisi della situazione da cui derivavano oggettivamente anche diversità di scelte politiche, non era ancora maturata nessuna esperienza di tipo militare, su come condurre una lotta armata, la guerriglia. La stessa esperienza della guerra antifascista di Spagna – 1936/1939 – cui avevano partecipato migliaia di volontari italiani, in stragrande maggioranza comunisti e socialisti, non solo era di tipo diverso, ma gli stessi quadri che vi avevano partecipato non erano sufficienti per organizzare e dirigere sul piano politico e militare in breve tempo una guerra di liberazione. Una guerra di liberazione che doveva mantenere un forte legame e collegamenti con il movimento operaio delle città e con le masse contadine m pianura e sulle montagne. La Resistenza avrebbe potuto avere successo riuscendo a mantenere e affondare le sue radici, le sue basi sociali, nei più larghi strati popolari da cui trarre appoggio e alimento nel corso della lotta. Compiti e obiettivi tutt'altro che facili se si tiene conto del ritorno del fascismo, riportato in Italia sulla punta delle baionette tedesche. Il nuovo fascismo, autodefinitosi "repubblicano" e "sociale", in realtà era solo uno strumento al servizio degli occupanti nazisti. Esso non aveva alcuna autonomia né politica né militare. I corpi armati e le forze di repressione creati dal fascismo repubblichino obbedivano ciecamente agli ordini degli occupanti tedeschi, comportandosi come sicari gonfi di odio e assetati di vendetta nei confronti degli antifascisti e dei resistenti, per cui spesso superavano per ferocia repressiva i loro stessi maestri nazisti. |