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Sommario

Prefazione di Enzo Santarelli

Quindici anni or sono – precisamente nel 1972 – usciva a Cremano, a cura del Comitato dell’ANPI, un prezioso “numero unico” la cui testata – “Nuova Battaglia” – prendeva campo fra una stella rossa e una banda tricolore.

Un doppio titolo si esprimeva a tutta pagina: Viva il 25 aprile. Viva l’antifascismo militante. Nel fondo Arnaldo Bera spiegava Perché “Nuova Battaglia” e un articolo di spalla impostava il problema della presa di coscienza della minaccia neofascista. Di questo particolare momento mi sono ricordato quando gli amici di Cremano mi hanno chiesto di aggiungere qualche parola alla presente raccolta di testimonianze, ricordi e riflessioni intorno alla pagina non dimenticata e sempre viva, anche se diversamente viva, della Resistenza.

Nel 1972 si trattava di un pericolo interno, che poi fu battuto grazie alla mobilitazione popolare e all’intervento, fra gli altri, degli ex partigiani. Oggi la minaccia non e più interna, ma internazionale: è la sopraffazione della pace, è la rappresaglia come arma per la sottomissione dei popoli (col pretesto di un terrorismo internazionale certamente da estirpare), è l’azione diretta militare preparata dall’orchestrazione dei mass media delle potenze capitalistiche, è la prepotenza dell’imperialismo che probabilmente è giunto a pensare il dominio esclusivo del mondo (mentre ha aperto lo spazio alla militarizzazione), è la prassi della “guerra preventiva” sostituita all’autorità dell’ONU e al diritto delle genti.

Si pone dunque oggi – nel momento in cui la aggressività degli USA si è appena scatenata bombardando Tripoli e Bengasi – agli ex partigiani, ai cittadini, ai giovani una questione di nuovo tipo, da affrontare col coraggio delle idee e con l’azione. Dopo l’esperienza del Viet Nam (fallimentare per gli USA) vi è stata una svolta, per cui i colpi di forza possono essere studiati e assestati sull’avversario, violando solo per alcuni minuti o alcune ore lo stato di pace. Insomma, una forma di squadrismo internazionale che semina vittime fra i più deboli, sperimentato largamente nell’area palestinese-libanese del Medio Oriente, e ora riproposto dalle portaerei americane a poche miglia dai nostri confini. Anche questo eloquentissimo attacco contro la Libia, come molti conflitti armati del dopoguerra, è stato provocato nel tentativo di modificare a proprio uso e consumo i rapporti di forza in aree di accentuata conflittualità politico-sociale. Quanto accade oggi evoca il motto di Rosselli: “la guerra che torna”. Ma le circostanze odierne sono del tutto inedite. Oggi, ma è molto problematico, per respingere, prevenire e vincere il guerresco dilagare della violenza c’è bisogno in primissimo luogo di una grande fantasia, di coraggio intellettuale, di molta vitalità politica, di una complessa azione di avanguardie e di masse. Si pensi, in sintesi, alle più recenti contestazioni e mobilitazioni per la pace, protagoniste le masse di generazione in generazione, di guerra in guerra anche se la loro azione e i loro organismi internazionali non hanno potuto evitare crescenti catastrofi nel ‘14 e nel ‘39.

Tutto questo dimostra quanto sia arduo il problema, ma dimostra anche che non c‘è stato disarmo morale e ideologico di fronte alla guerra. Il primo conflitto mondiale è stato interrotto da una vasta insorgenza rivoluzionaria; il secondo, provocato dai fascisti, ha avuto come risposta le resistenze europee e asiatiche. E adesso? Si sta già combattendo e inquadrando una battaglia preventiva. Anche sull’esperienza di una gigantesca manifestazione di massa, quella dei “partigiani della pace” degli anni ‘50, contro le armi nucleari, e sull’esperienza dell’iniziativa diplomatica e della molteplice solidarietà internazionale, che furono decisive per consentire al piccolo Viet Nam contadino di gettare a mare un esercito meccanizzato di mezzo milione di uomini, sorretto da una grande flotta moderna e da sterminati mezzi aerei e chimici.

Nel 1939-1945 i centri dell’insorgenza antifascista, antimilitarista e antibellicista sono molteplici, generalmente ordinati per nazioni, ma non deve sfuggire che protagoniste sono le masse popolari raccolte in vari Comitati di liberazione e in bande partigiane, o anche, nei campi di concentramento, in movimenti di resistenza passiva. Il sabotaggio delle comunicazioni, della produzione, delle informazioni con azioni capillari che il più delle volte non hanno lasciato alcuna traccia documentaria, tutto questo ha finito col saldare come in una ragnatela i diversi fronti della lotta. Essendo mutate le condizioni del secondo conflitto mondiale rispetto al primo; essendo ancora mutate, rispetto a entrambi i precedenti, quasi tutte le condizioni della “terza guerra mondiale”, l’obiezione preventiva e collettiva rimane l’unica iniziativa prevedibile, doverosa, praticabile. Un errore che di solito si compie, di matrice idealistica, consiste nel separare nettamente resistenza passiva e lotta armata, prevenzione e sabotaggio della guerra, mentre nei fatti e su scala collettiva le cose non stanno così.

Al presente, dopo la lotta per la pace e contro la guerra nucleare degli anni ‘50, dopo l’esperienza vietnamita (due momenti entrambi della dimensione universale) è il tempo di azioni preventive a livello di massa.

Si aggiunga che una cultura della pace non può riuscire nel suo intento se non si promuovono la conoscenza e il superamento della cultura della guerra. Movimenti pacifisti di élite procedono nel mondo contemporaneo essendo in un rapporto dialettico con le grandi proteste periodiche delle masse, svegliate dalla paura della guerra, richiamate a nuove forme d’organizzazione della speranza della pace. In questo quadro rientrano due fatti relativamente nuovi: la possibilità di una alleanza articolata fra movimenti pacifisti e marxismo rivoluzionario o internazionalismo socialista; e d’altra parte la convergenza fra pacifismo laico e di massa e condanna ecclesiale della guerra, dello scatenamento della violenza internazionale. L’alleanza fra lotta per la pace e religiosità antiviolenta non può essere generalizzata e teorizzata fuori dei tempi e dei luoghi. Ma è un fatto nuovo, di indubbia rilevanza culturale e sociale, che per la prima volta centinaia di migliaia di pacifisti si siano negli scorsi anni fatti sentire contro la politica di riarmo missilistico nelle varie capitali d’Europa con coscienza di militanti.

Dal 1921 in poi, quando lo squadrismo agrario e fascista cominciò a prevalere nel nostro Paese, il movimento popolare antifascista è percorso da un filo segreto insurrezionista e rivoluzionario, che non si limita e non si ferma agli arditi del popolo, ma passa nelle sezioni militari dei partiti proletari e spunta fuori nelle colonne di qualche giornale, riabilitando e attualizzando magari il pensiero di un Engels o le esperienze di “milizia proletaria”, come accadde ne “Il Quarto Stato”. Questa tradizione, che attingeva variamente al 1848 o al 1917, si veniva intanto a incrociare con la cultura degli ex combattenti democratici, alla Ferruccio Parri o Emilio Lussu, il primo ufficiale di Stato maggiore, il secondo autore, più tardi di un saggio su L’insurrezione. Senza questi precedenti (penso a Gastone Sozzi ucciso in carcere nel 1928, responsabile della rete clandestina e militare del PCdI) e senza il precedente della guerra civile di Spagna, in cui fu riscoperta un po’ dell’anima nazionale italiana, rappresentata da Garibaldi – l’eroe dei due mondi – non si sarebbe giunti con la necessaria preparazione spirituale e politica alla guerra di liberazione nazionale, allo storico appuntamento – in partenza del tutto imprevisto – con la Resistenza europea. Cento furono le vie con cui gli italiani, partendo da una posizione di infima minoranza, finirono col rovesciare Mussolini e il fronte di guerra, e col prendere le armi – inserendosi in un nuovo corso della storia – in una guerra partigiana condotta patriotticamente nella società civile; ma obbligato fu il passaggio per gli scioperi del marzo 1943, momento culminante e di confluenza di un antifascismo di massa ben determinato (“per la pace e per il pane”).

L’ANPI di Cremona ha sempre rappresentato, fra le posizioni di avanguardia del vecchio partigianato, una punta di particolare riguardo. Gli ex partigiani non possono limitarsi, è ovvio, a istanze di reducismo nazionale, e tanto meno a intessere un dialogo idilliaco con le gerarchie militari della nazione, a meno che non si faccia tramite di una presa di coscienza basata sull’indipendenza del paese e sul principio che l’Italia – secondo il suo patto nazionale, l’unico valido – non parteciperà mai ad alcuna guerra di aggressione. Se ciò infatti dovesse accadere (e non ne mancano i segni) ogni cittadino, ogni giovane, uomo o donna, sarebbe sciolto da giuramento, anzi un solo giuramento rimarrebbe valido: quello di tenere alta la bandiera indissolubile della pace e della patria. Questo ha scritto la Resistenza col suo sangue; questa è l’aspirazione delle giovani generazioni.

Ma in Italia l’antitesi con l’eredità della Resistenza è divenuta assai grande. Vi sono nel paese oltre due milioni di disoccupati censiti, per lo più giovani. Una quota cospicua dell’economia nazionale vive sull’esportazione di armi, e si ha il coraggio di fare la predica agli arabi per il loro (presunto) “fanatismo” islamico. Noi, “cristiani”, fabbrichiamo, esportiamo, indossiamo armi e armature modernissime, i nostri figli giocano alla moda di Rambo, con missili computerizzati! In nome della fedeltà atlantica autorevoli ed influenti personaggi (una sorta di quinta colonna americana in Italia e in Europa) si affannano a gestire la crociata anti-islamica. Ebbene, la Costituzione della Repubblica contempla due principi cardine: si “fonda” sul lavoro, quanto meno sull’equità o eguaglianza sociale; e prescrive la messa al bando della guerra come strumento di soluzione delle controversie internazionali. Sono gli stessi principi della carta dell’ONU.

Ora non può dirsi che il popolo italiano non si sia battuto per tutto ciò. La Resistenza italiana ha avuto caratteri nazionali, unitari, pluralistici, popolari che la distinguono tanto per fare un esempio da quella della Francia, come da quella ancor più massiva, e rivoluzionaria, della Jugoslavia. Le forze antifasciste di sinistra, ma anche le forze cattoliche di centro, di ispirazione laica le prime, religiose le seconde, hanno pattuito una Costituzione che contempla appunto, come supremi valori e regole di convivenza sociale e civile, il lavoro all’interno e la pace all’esterno. Questa è anzi una peculiarità della democrazia italiana, che non può essere barattata o ridotta in alcun modo. La divisa “pace e lavoro, nella libertà” salda insieme le generazioni degli antifascisti, dei partigiani, dei resistenti, e le generazioni nuove, dei loro figli e nipoti. Questi, se mai, avrebbero ragione a ribellarsi a una classe dirigente e di governo che non dia lavoro e non garantisca la pace. Lo stesso Patto Atlantico, non lo si dimentichi, era stato strappato a una parte del paese, con l’impegno, ormai ampiamente e reiteratamente disatteso e distorto, a non ledere i delicati meccanismi della sovranità nazionale, a non impiantare basi straniere sul territorio della Repubblica, a non infirmare l’autonomia delle nostre forze armate e della nostra economia. Ora il Mediterraneo ribolle intorno alle nostre città, e l’incidente di Sigonella è stato sintomatico, ha aperto una nuova pagina nella vicenda spirituale e politica del paese.

Il paese si trova insomma in una situazione di politica estera e militare, in cui il governo non può e non deve essere lasciato solo. La situazione e divenuta così pericolosa e movimentata che solo il contrappeso attivo di avanguardie consapevoli – secondo le tradizioni patriottiche del artigianato – potrà in qualche modo raddrizzarla. Altrimenti la prospettiva non potrà, da un punto di vista nazionale, non presentare ritardi gravi e svolte brusche, come è accaduto fra la neutralità e l’intervento nel 1914-1915 e fra la sconfitta e l’armistizio nel 1943. Certo i problemi che incombono in questa fase della politica interna e internazionale si compongono di diversi elementi: distensione fra i blocchi, disarmo nucleare, dialogo fra le parti, verifica del rapporto USA-NATO, discorso sull’Europa, stop alla militarizzazione dello spazio, sicurezza nazionale e neutralità. Le vie possono essere diverse: ciò che importa e che si acquisti coscienza di questa gamma non semplice di questioni. E qui sta una delle ragioni d’essere – forse la più attuale – di una associazione di ex partigiani e amici della Resistenza.

Nelle pagine che seguono – come si è accennato – non si tratta solo di memoria storica e di memoria locale: sembra prevalere in modo abbastanza netto, indipendentemente dalla forma dei singoli scritti e dalle stesse intenzioni degli autori, il taglio della riflessione attuale, unita alla testimonianza, al ricordo. Vi è poi un intreccio – forse qualche volta discutibile, spontaneo, non filtrato attraverso gli studi – non solo fra passato e presente, ma fra il livello locale e il livello nazionale. Questo aspetto ha autorizzato, nella prefazione, un giro d’orizzonte ancora più ampio, che vuol essere un atto di responsabilità. Lo stesso richiamo ai valori della Resistenza, ai principi della Costituzione, non può non tradursi in stimoli per il domani. È certo comunque che senza pace e senza giustizia non potrà esserci alcuna effettiva democrazia: a questo si deve pur giungere, o ritornare.

Un discorso siffatto, per prendere forza, dovrebbe moltiplicarsi tante volte quante sono le città e le regioni d’Italia. Cremona si è inserita nella storia del paese come singolare “laboratorio sociale”: riscatto delle plebi fra un secolo e l’altro, una eredità risorgimentale che trapassa nell’opera e nella persona di un Bissolati. L’Associazione generale dei lavoratori è nata nelle campagne del cremonese. Anche sul sacrificio di uomini come Palli, il capo-lega migliolino assassinato a Soresina. Qui si è illustrato il movimento delle Leghe bianche intorno a Guido Miglioli. È il Miglioli tratto in arresto e tenuto in ostaggio da Farinacci di cui si accenna in queste pagine. Quel Farinacci, molisano d’Isernia, che in quel di Cremona, a contatto con la reazione agraria, ha innescato ed innestato lo squadrismo fascista. Quel Miglioli che negli anni della dittatura, emigrato con pochissimi militanti di parte guelfa – Turzo, F. L. Ferrari, Donati – tenne una posizione tanto ardita e rara da apparire irrazionale, controproducente. Il fatto è che appunto Miglioli avrebbe preferito al posto dell’interclassista partito popolare un partito dei lavoratori cristiani, il fatto è che Miglioli in patria e nell’esilio fu precursore – e vittima – del dialogo con i comunisti. Ma certi lavori, come Storia di un’Idea (1925) e Con Roma e con Mosca (1945), rimangono. Come rimane il messaggio del suo Movimento cristiano per la pace. Da questa terra fra le colline e il Po si è poi levato, fra fascismo e repubblica Don Primo Mazzolari, altra voce di azione e pensiero per la pace, certo diversa dalla nostra: ma anche qui, dalle colonne di Adesso, fondata nel 1948, parte il principio di un dialogo dalle risonanze profondamente razionali, che guarda a sinistra, per sfidare lo spirito di crociata e la guerra fredda (la prima allora imperante), e abbracciare l’unità dell’uomo.

Cremona è dunque una feconda terra di lotte e di iniziative e di slanci nel nome della pace fra gli uomini. Voglio qui ricordare alcune figure che rappresentano nel modo più degno e più pieno le tradizioni di questa terra: Boldori, Comaschi, Bernamonti, Pozzoli [ 1 ]. Andando oltre gli orizzonti degli anni ‘80, affondando la sguardo nelle trasformazioni che ci condurranno al 2000 si sente l’esigenza di aggiornare e allargare la battaglia iniziata con la guerra di liberazione e la Resistenza antifascista. Il pensiero corre ai compagni che, alla testa della lotta antifascista e della Resistenza, costituirono una sorta di anello ideale con tutta una tradizione del movimento operaio e democratico cremonese. Nella loro rappresentatività, a partire dagli anni della Resistenza attiva, della ricostruzione, del dopoguerra, possono essere visti come gli interpreti delle tensioni democratiche di questa terra e città padana, animata da una vivace dialettica interna. Nel laboratorio di Cremona – fra Leghe bianche e rosse, fra democrazia e socialismo, fra militanza comunista e pacifismo cristiano – la lotta partigiana ha attinto ad uno slancio popolare e di classe molto articolato, che tendeva già a inglobarsi nei valori di una Repubblica fondata sul lavoro.

Elemento essenziale della lotta di liberazione, dei suoi preparativi, del suo sforzo unitario è l’intreccio, non semplice, con la memoria del moto di riscatto sociale di fine secolo e del primo ‘900. Non a caso una delle formazioni partigiane del cremonese, la Garibaldi, si intitolò alla memoria di Ferruccio Ghinaglia, l’ardito del popolo e capo del Movimento operaio lombardo, caduto giovanissimo già nell’aprile del 1921. Come non è un caso che in Italia le Brigate partigiane di ispirazione socialista abbiano derivato il loro nome da una figura che costituisce uno dei simboli più luminosi di resistenza alla dittatura: Giacomo Matteotti, l’onorevole socialista assassinato dai fascisti nel 1924. Si è detto di Cremona. Ma quante città e quali regioni d’Italia non hanno contribuito a costruire l’edificio comune della Repubblica?

Quand‘anche tutto fosse perduto, nulla lo sarebbe, se la coscienza antifascista e resistenziale continuerà ad essere radicata al dover essere e all’impegno sociale e politico che nascono sul filo ricchissimo della Resistenza, in un orizzonte di grande respiro internazionale e internazionalista. Contro lo squadrismo internazionale di cui si è detto, contro le minacce di guerra, che per la prima volta dopo l’ultimo conflitto mondiale battono ormai direttamente alle porte d’Italia, si risveglino dunque tutte le energie, le vedute, le esperienze, la capacità di mobilitazione e di iniziativa dell’ “antifascismo militante”. Un antifascismo dal basso, dalle solide radici popolari, illuminato da una notevole tradizione politica e culturale, un antifascismo repubblicano e socialista, cattolico e comunista, unanime almeno su un punto – come lo è stato 40 anni or sono – nel vincolare le sorti del paese, sia pure con grande varietà di argomenti, alla causa del progresso, a una strategia lunga di riforma delle coscienze, di rivoluzione delle strutture, di fondazione di una nuova società.

Roma, aprile 1986